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 Pubblichiamo con piacere un lavoro di Nunzio DiBiase, già sindaco di Bernalda qualche anno fa.Un lavoro certosino, ricco di collegamenti bibliografici, frutto di una profonda passione per la nostra storia. Un ulteriore conributo alla scrittura della nostra storia, in un momento di un grande fermento culturale che sta interessando la comunità di Bernalda nell'ultimo decennio. I segnali di questo ritrovato interesse, o meglio fame di storia, lo si evince  da alcuni gruppi social a tema e dal numero sorprendente di visite di alcuni articoli, pubblicati su questo sito , da nostri volontari  e/o simpatizzanti Cea B&M. Solo per ricordare gli ultimi contributi, vorrei citare la pagina sul mito della  storia di Metaponto realizzata da Maria Pia Malvasi e l'articolo su Consalvo di Bernaudo , scritto dall'avv.Francesco Montemurro,che ha avuto  anche un seguito di grande successo nella rappresentazione teatrale realizzata nel Castello di Bernalda  dai ragazzi del Liceo Scientifico di Bernalda, durante le Giornate Fai di Primavera 2022. Nunzio di Biase, autore di questo articolo, ha dato anche un grande contributo, proprio agli studi condotti dall'avv. Montemurro sui De Bernaudo. 

Prefazione

L’ARMA:  “d’azzurro al bue d’argento portante in bocca delle spighe d’oro, e sormontato da tre stelle dello stesso, ordinate in fascia. Queste ultime però han preso il posto di un sole anche di oro, ch’era l’arma dei Bernauda1.

In realtà, originariamente, l’arma (lo stemma) presentava, al posto delle stelle e del sole, e prima di questi, un giglio, retaggio evidente del periodo angioino e di più antichi feudatari, mentre il bue (in realtà un toro o un vitello) sormontava tre monti; ciò è possibile, ancor oggi, osservare, scolpito in pietra, sopra una lapide del XVI sec. posta sotto l’antica torretta dell’orologio situata nell’attuale Corso Italia, nei pressi della, non più esistente, cappella dedicata alla Madonna delle Grazie e prospiciente la, parimenti scomparsa, piazza pubblica.

Camarda, quindi, almeno da circa il XIII secolo, (probabilmente) già si fregiava di un proprio emblema civico (arma, stemma), vedremo in appresso da chi, verosimilmente, mutuato.

Il particolare appare importante, potendo significare esplicito richiamo ad una qualche forma di presenza istituzionale nel periodo storico segnato dalla dinastia d’oltralpe, insediatasi nel

1C. G. Gattini: Delle armi de’ Comuni della Provincia di Basilicata.

Regno di Napoli con Carlo I d’Angiò, e lasciando, pertanto, spazio all’ipotesi2 che Camarda, già nel corso dei secoli dall’XI-XIV, fosse civicamente organizzata: la presenza, infatti, di un emblema civico sembra logico potersi raccordare con la presenza di una civica istituzione.

Per essere più chiari: nell’arma (stemma), col tempo, si sono distinte le seguenti pezze araldiche:

L’arma è, dunque, un’arma “parlante”. Ognuno dei predetti simboli araldici, come abbiamo visto, è portatore di un particolare e ben definito significato, così che le spighe stanno a significare il richiamo ad una tradizione metapontina ossia perpetuano il ricordo dell’appartenenza del territorio a quello dell’antica Metaponto; i tre monti indicano invece la giurisdizione su più territori ovvero feudi; il sole ed il giglio, a loro volta, campeggiavano in capo all’arma4, rispettivamente, al tempo in cui signoreggiavano su Camarda i de Bernardo e le casate baronali dei periodi precedenti (Beaumont, Monfort, ecc...).

Per quanto riguarda, il Toro (più probabile) o, forse, il Vitello: esso è l’autentico, originale emblema civico (dubito, in verità, che le spighe possano essere frutto di qualche erudita velleità rinascimentale o seicentesca, ma non può dirsi con certezza) e con buona probabilità è stato mutuato, così come per Matera e Tricarico, da quello delle truppe e Autorità bizantine quivi certamente acquartierate nella seconda metà del X secolo, al tempo cioè del Tema d’Italia, il cui confine correva, nell’attuale provincia di Matera, grossomodo, lungo le zone comprese tra il Bradano e il Basento, ed il cui emblema era appunto il Bue o Vitello di razza podolica (da qui il colore bianco-argento), da cui nell’antichità la penisola italiana ebbe nome5.

2 Non vi sono infatti altri riscontri.

3 Più probabilmente, le tre stelle sono state mutuate dall’emblema araldico di una delle numerose casate che per compravendita e/o matrimoni si sono succedute nel feudo (Penchi, Fimiani, Gamboa, Mazzei, Perez-Navarrete, Caracciolo Rossi). Tuttavia, non mi è stato possibile individuare con esattezza da quale casata.

4 O la affiancavano.

5 (Italia: da ‘It’ (vitello) + suffisso ‘lia’ (terra), terra di vitelli (secondo molti antichi Autori); i Bizantini erano assolutamente attenti a tutte le tradizioni classiche e, in particolare, a quelle romane; essi stessi si definivano ‘Romani’).

Più che curiosa, poi, appare come un dettaglio degno di approfondimento la sostanziale identità, già in antico, tra gli stemmi di Matera e Bernalda. In proposito, si propongono, scusandomi per la scarsa qualità delle immagini, le foto di detti stemmi scattate per Matera nel cortile interno dell’attuale Prefettura (Già convento dei frati predicatori di San Domenico - XIII sec.) e per Bernalda sulla torretta dell’orologio in corrispondenza di quella che un tempo era la chiesa di Santa Maria delle Grazie (XVI sec.) nell’attuale corso Italia:

In definitiva, appare evidente, credo anche al lettore, che ciò che con lo stemma comunale, a torto o a ragione, si vuole tramandare è la tradizione di una comunità camardese, che, almeno a partire dalla seconda metà del XIII secolo, se non da prima, come precedentemente detto, a differenza di quanto avveniva per i feudi rustici, manteneva un proprio emblema civico, distinto da quello del feudatario, del quale peraltro di volta in volta si fregiava. Pertanto, si può supporre, che la medievale Camarda non poteva non avere, corrispondentemente, una propria embrionale organizzazione civica, retta da propri rappresentanti, secondo le leggi e/o le consuetudini del tempo.

Una tale supposizione, però, incontra un oggettivo ostacolo nella qualificazione, nei documenti medievali, del nucleo abitativo di Camarda come ‘casale’.

Infatti, benché in modo deduttivo e non esaustivo in ragione delle diversità culturali e giuridiche vigenti nelle varie regioni dell’Italia altomedievale, secondo l’opinione di molti tra i più citati studiosi il ‘casale’, in realtà, non aveva capacità di autogoverno.

Ad es.:

Il Du Cange indica due significati diversi, ma assai legati tra loro, per il termine «casale»: a) casa rurale isolata con terreni annessi; b) aggregato di case posto al di fuori o lontano da un centro, che non ha capacità di autogovernarsi attraverso proprie istituzioni, e perciò dipendente da quest’ultimo, come una sua emanazione, a scopo di colonizzazione agraria6.

Per Giandomenico Serra, ‘Casalis’ è voce staccatasi dalla formula originaria ‘fundus casalis’ che esprime l’unità stabilita in età tardo-romana tra il ‘fundus’ e il nucleo delle ‘casae’ abitate da servi o coloni che ivi lavorano. Secondo questa tesi, l’unità del gruppo gentilizio si concretizzò cosi nella forte coesione di un aggregato di edifici rustici, abitato da gruppi familiari dello stesso ceppo (o di consortes) uniti sotto l’autorità di un capo e aventi come scopo comune lo sfruttamento di un proprio territorio rurale7.

6 Charles du Fresne, sieur DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Parigi 1840-50, 7 voll., II, p. 212.

7 G. Serra, Contributo toponomastico alla teoria della continuità nel Medioevo delle comunità rurali romane e preromane dell’Italia superiore, Cluj 1931, p. 61 ss.; vedi anche A. Castagneto, L’organizzazione del territorio rurale nel Medioevo, Bologna 1982.

Il «casale», come invece ricordato da Vito Fumagalli era abitato, in origine, da uomini liberi. Pertanto, la conquista di nuove terre all’agricoltura è da ricondursi a persone sciolte da qualunque vincolo di soggezione signorile, o non ancora cadute nella rete dei grossi proprietari, se non a partire dal secolo IX8.

In proposito, si tenga conto che il casale di Camarda, nella contea di Montescaglioso, nelle citazioni documentali viene indicato, appunto come ‘casale’, alla stregua, né più né meno, degli altri casali (ad es.: 1309 – 5 janvier. Ordonnance de Charles II d’Angjou accordant à Bertrand de Baux III de Berre en sus des pensions à lui données récompense de ses services et de ceux de ses ancétres, le comté de Montescaglioso dans la Basilicate, comprenant Montecaveoso, Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco et Montepeloso qui avaient appartenus à son fils Pierre, auquel il donna d’autres terres en èchange. Cette donation en fief du Comté comprend tous les droits, revenus, Juridictions e dépendances; … omissis … Donné à Naples - Reg. ang. 185, f° 205. – G. arch. de Naples.) 9

Se ne può concludere, per quanto mi riguarda, che non è da porsi, per il casale di Camarda, il problema, successivamente sorto ed usato nell’arcinota e plurisecolare causa intervenuta tra Montescaglioso e Bernalda, relativo allo ‘jus filiationis’ di quest’ultima, se non a fronte di una rivisitazione critica dei documenti originali esibiti in giudizio dalle parti.

Dirimente, in verità, su quest’ultima vicenda, ma anche sulla qui presunta ‘civicità’ di Camarda, è l’esame della natura giuridica del Feudo:

DELLA NATURA GIURIDICA DEL FEUDO DI CAMARDA

FEUDO TITOLATO/NOBILE O RUSTICO/IGNOBILIS?

“I feudi venivano distinti in titolati o di dignità e in non titolati. Nei titolati si riteneva che il titolo fosse loro inerente, e quindi passasse col possesso. I non titolati si chiamavano anche ignobili o burgensi.

Il feudo titolato, anche se fosse passato ad un uomo rustico, rimaneva nobile, e viceversa il feudo rustico rimaneva tale anche se fosse passato ad un nobile. Inoltre un uomo rustico se avesse comprato un feudo nobile non diventava nobile, essendo opinione comune che generositas et virtus pecuniis comparari non possunt. Se invece un nobile non titolato acquistava un feudo titolato, poteva prenderne il titolo”.10

Ciò premesso, e contrariamente a quanto asserito dal P. Serafino Tansi nella sua Historia Cronologica dell’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso, è provato da più documenti che i feudatari di Camarda nell’XI e XII secolo si titolavano appunto “di Camarda”. E’ questo il caso, ad esempio, di Guaimario e di Riccardo (dei quali parleremo più avanti), i quali, nei documenti noti, se pur scarsi, sempre si titolano “di Camarda” e ciò non sarebbe stato possibile e giuridicamente

8 V. Fumagalli, Il regno italico, Torino 1986, p. 103: «Raramente...menzionato come podere alle dipendenze delle grandi aziende fondiarie, le ‘corti’, il ‘casale’, disseminato soprattutto nelle regioni più impervie e difficili della Penisola, testimonia lo sforzo contadino degli uomini liberi, piccoli e medi proprietari».

9 Inventaire Chronologique ed Analytique del Chartes de la Maison de Baux, L. Barthélemy, Marseille, 1882. Vedere anche, tra gli altri: P. Serafino Tansi: Historia Cronologica Monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi; Notizie Storiche di Miglionico Precedute da un Sunto su’ Popoli dell’Antica Lucania, Teodoro Ricciardi, Napoli 1867; ecc.

10 Da: Diritto Nobiliare Italiano – Precedenti storico giuridici di Don Francesco Maria Mariano Duca d’Otranto, Conservatore de ‘Il Consiglio Araldico Italiano – Istituto Marchese Vittorio Spreti.

corretto se essi stessi non fossero stati nobili e soprattutto se Camarda non fosse stato un feudo titolato ovvero nobile.

Vero è che il Tansi, qualificando quale ‘ignobilis’ il ‘pagus’ di Camarda non intendeva assegnargli il significato spregiativo dell’aggettivo corrente ignobile, ma ne sottolineava la qualità giuridica, conveniente agli interessi dell’epoca dell’Abbazia di Montescaglioso, di mero feudo rustico.

SULL’ANTICHITA’ DI CAMARDA

Periodo magnogreco

Sull’antichità del casale di Camarda, precedentemente all’XI secolo d.C., si possono fare solamente ipotesi e congetture, mancando ad oggi qualsiasi fonte o prova documentale, salvo sporadici ritrovamenti nel tempo di qualche tomba e/o coccio del periodo magnogreco, riferibili più che altro alla presenza di una qualche fattoria o casa colonica.

Ad ogni buon conto, Il dotto Reverendo Teodoro Ricciardi11 contestualizza l’esistenza, quantomeno del nome della contrada, al periodo dell’esistenza della Metaponto magnogreca. Se ne trascrivono di seguito le sue parole e considerazioni: “Di questa distrutta città (Camarda), distante cinque miglia da Metaponto, e circa un miglio da Bernalda, che l’è succeduta, veggonsi gli avanzi nel sito detto S. Donato, consistenti in frantumi e rottami di antichi edificii, oltre de’ sepolcri, vasi, e monete, che vi si rinvengono. Della medesima ne fa nuda menzione l’Antonini, né molto si è potuto saperne da quei naturali. Giusta la loro tradizione pare, che Camarda abbia continuato ad esistere sino al 1500, nel quale tempo, da un tale Conte Bernaudo, col materiale della medesima, già male ridotta, fu fondata l’odierna Bernalda, così detta dal di lui proprio nome, e nel quale passarono i cittadini di Camarda. Di questa città per altro si fa spesso menzione nella Cronaca de’ PP. Benedettini che stavano in Montescaglioso, e nelle carte di controversie tra i detti Padri e ‘l Comune di Pomarico. Ma oltracciò il suo nome tutto greco ci dimostra abbastanza la sua antichità; su di che fa osservare il Corcia, a proposito di altro Villaggio omonimo a due miglia da Paganico nell’aquilano, doversi credere per entrambe il nome di Camardia derivato dal dorico … terra adatta all’arazione (aratura), considerandosi la lettera μ come epentetica, ed intromessa per eufonia”.

Dopodiché, il Ricciardi inserisce Camarda nella regione metapontina assieme al Picoco, a Castro Cicurio, ad Obelano (Uggiano/Ferrandina), Grottole e Milonia.

Vero è che, di qualche tomba, di qualche coccio e di qualche moneta si ha vaga notizia.

Più interessante, al riguardo, il ritrovamento nel 1935 a Bernalda di un ripostiglio con 19 stateri d’argento di Eraclea (purtroppo, non è indicato il punto preciso del ritrovamento)12 Si riporta in nota13 un estratto della relazione del Prof. Giuseppe Sarcinelli, in quanto utile ad alcune ipotesi che saranno svolte di seguito.

11 Op. cit.

12 Analisi delle dinamiche di contatto tra poleis greche ed ethne indigeni nell'area della Siritide attraverso lo studio dei rinvenimenti monetali, January 2012, Conference: I ritrovamenti monetali e i processi storico-economici nel mondo antico, At: Padova, Project: Heraclea e Siritide, Authors: Giuseppe Sarcinelli – Università del Salento.

13 <<… Non può non colpire l’assenza pressoché totale di moneta di Heraclea dall’intera area in esame: le attestazioni di moneta in argento si limitano ad un diobolo proveniente dalla sepoltura di Marsiconuovo, ed a 3 dioboli delle serie attribuibili indifferentemente a Tarentum oppure ad Heraclea (uno da Anglona, uno dall’area sacra di Armento, uno da rinvenimento privo di contesto a Moliterno, nell’alta valle dell’Agri). Bisogna ad ogni modo ricordare come la stessa Heraclea sia risultata particolarmente avara nel restituire esemplari in argento; le attestazioni si limitano a due dioboli: uno sicuramente di Heraclea, databile alla fine del V secolo a.C., ed uno attribuibile sia a Tarentum che ad Heraclea (IV- III secolo a.C.), entrambi dall’area urbana.Tale dato è in contrasto sia con quanto ci è noto dall’area del Bradano- Basento, dove la moneta di Heraclea è presente frequentemente, anche se non in abbondanza, in contesti da scavo databili a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C., sia, soprattutto, con quanto si evince dall’analisi della distribuzione nei ripostigli: già tra gli ultimi anni del V ed i primi del IV secolo a.C. moneta di Heraclea è attestata a Taranto, Paestum, Crotone; dalla metà del IV secolo a.C. la presenza interessa in particolare l’ambito pugliese e della Campania, con un addensamento delle date di occultamento nell’epoca della spedizione di Alessandro il Molosso. Tra la fine del IV secolo e i primi decenni del III la presenza di Heraclea è attestata in prevalenza in ripostigli pugliesi, in Calabria, in Sicilia; un secondo nucleo si circoscrive cronologicamente agli anni delle operazioni belliche condotte da Pirro: ripostigli ancora in Puglia, e, in Basilicata, esclusivamente nell’area del Bradano-Basento: Bernalda 1935 (19 stateri), Metaponto 1955 (17 stateri ed un diobolo), Metaponto 1910 (13 stateri), Oppido Lucano (3 dioboli: tra il V ed il III a.C.), San Chirico Nuovo (1 statere).

Intorno alla metà del III secolo Heraclea è presente in ripostigli dalla Puglia meridionale; nella seconda metà del secolo troviamo ancora una forte presenza in Puglia centro-meridionale; quindi in Basilicata: Bernalda (1 statere) Pisticci (1 statere ed 1 dramma); in Campania, in Calabria. Dalla metà del IV secolo a.C. la moneta di Heraclea è dunque tesaurizzata non solo nella parte orientale della Basilicata, ma soprattutto nella Puglia (particolarmente in quella meridionale, ossia nell’area di Taranto e nella zona economica circostante), e fino in Campania ed in Calabria, mentre è assente proprio nel suo entroterra.

Negli anni della spedizione pirrica la moneta di Heraclea conosce una forte contrazione: appare in tesoretti quasi esclusivamente limitati al tarantino ed a Metaponto ed al suo entroterra (San Chirico Nuovo ed Oppido Lucano). …>>.

Nulla, per finire, che autorizzi a qualificare il sito di Bernalda quale centro abitato di qualche rilevanza nel periodo in esame, salvo che, ma la cosa sembra alquanto scontata, che qui fosse certamente ubicata una qualche fattoria.

Molto interessante, per altro verso, e degna di approfondimento è l’ipotesi formulata dal Prof. Stefano Panunzi circa la possibilità di una preesistenza archeologica di epoca magnogreca soggiacente al centro storico di Bernalda di cui si trascrive integralmente quanto postato dal medesimo in internet:

“ Questa forma soggiacente al tessuto del centro storico di Bernalda rivela una preesistenza archeologica non ancora studiata. Questa ellisse ricorda verosimilmente i criteri astronomici di scuola Pitagorica utilizzati per orientare le costruzioni sacre nella Magna Grecia (vd. studi su Pompei di Francesco Vitale). Esistono già studi approfonditi sull'origine greca della città (Camarda). Una prima serie di studi metrici e topologici di questa ellisse sono stati iniziati nel 2006 da parte del Prof. Arch. Stefano Panunzi (Facoltà di Ingegneria - Università del Molise) LINK http://www.wikimapia.org/#lat=40.405327&lon=16.686752&z=17&l=4&m=a&v=2&search=ellisse

Vero è che toponimi a radice ‘cam’ - ‘cama’, quali ‘Camere’, ‘Camerina’, ecc., sono presenti nell’epoca in questione.

Si aggiunge che anni fa il Maestro Tonino Salfi mi parlò genericamente di tombe del periodo venute fuori a seguito di lavori di ripavimentazione all’interno di alcuni immobili del centro storico.

Per di più, nel secolo scorso, correva voce (mai confermata) che un certo signore, in prossimità del castello, avesse rinvenuto un piccolo tesoretto di monete magnogreche. Chissà… magari oggi i suoi nipoti e pronipoti potrebbero confermare o smentire.

E’ certo, infine, che io stesso (avevo sei anni ed ero in prima elementare), assieme ad un mio cugino ed un altro amichetto, nel mentre si giocava nel fosso immediatamente a ridosso della scuola elementare di via Marconi, rinvenimmo una sfera di pietra arenaria del diametro di circa  25/30 cm, fittamente incisa con scritte indecifrabili (che oggi definirei greco arcaico) ed ornata con figure stilizzate di guerrieri con tanto di elmi, lance e spade. Purtroppo, la riseppellimmo e, nonostante da adulto sia tornato più volte sul luogo, non l’ho più ritrovata. Di talché, del fatto, non rimane che il mio ricordo e la mia testimonianza.

P.S.: Nulla più che semplice curiosità, allo stato attuale:

  1. La Chiesa Madre ed il Castello di Bernalda, come è facile verificare, si trovano esattamente a metà strada, in linea d’aria, sul segmento che unisce in linea retta le Tavole Palatine con la piazza principale di Pisticci e precisamente con lo stabile adibito a Sala consiliare ed Ufficio del Giudice di Pace (ex convento dei Padri Riformati e chiesa di S. Antonio)14.
  2. Il centro storico di Bernalda ed il sito archeologico di Cozzo presepe, si trovano alla stessa distanza dalle Tavole Palatine e curiosamente il primo domina la valle del Basento ed il secondo la valle del bradano15.

     

14 Distanza verificata su Google Earth.

15 Come nota precedente.

 

Periodo romano e tardo imperiale 

Premetto che non esiste, a mia saputa, alcuna evidenza di un qualsiasi documento o rinvenimento archeologico che possa rinviare ad una presenza di Camarda nel periodo in questione.

Tuttavia, nel caso si opti per la presenza in loco di un insediamento nel precedente periodo magnogreco, non deve necessariamente escludersi una qualche forma di continuità abitativa anche nel periodo dell’assoggettamento del territorio ex magnogreco all’imperio di Roma.

Certamente qui occorre lavorare molto di fantasia16, ma cercheremo di farlo ricercando ed esaminando spunti o indizi di un qualche valore documentale, con riferimento però all’intero territorio di Bernalda e dell’attuale Metaponto, tenuto conto, ovviamente, del senso e della finalità di questo scritto.

Parto dall’emblema del Toro: Come precedentemente detto, non è chiara l’origine dello stesso. Infatti, solamente per via ipotetica, l’emblema in questione può farsi risalire al periodo bizantino o ad altri. Ma il Toro era emblema utilizzato da tempi immemori sia da città (vedasi, ad esempio, la monetizzazione delle città magnogreche ed in particolare di Turio), sia da tribù italiche (primavere sacre di gruppi tribali sanniti, ma non solo) sia da famiglie nobili. A questo proposito, non può affermarsi, ma nemmeno escludersi con certezza, un qualche legame con la famiglia imperiale dei Giulio-Claudii (i primi cinque imperatori romani), compreso il precursore Caio Giulio Cesare, il cui emblema era appunto rappresentato dal Toro, animale sacro alla dea Venere17, impresso sugli scudi di tutte le loro legioni (quali la VI Victrix – la X Gemina – la IX Hispana – l’VIII 

Augusta - la IV e e la V Macedonica – la VII Claudia – la III Gallica) e che l’imperatore Augusto18 con tutta probabilità volle o confermò come emblema della città di Torino19 da lui rifondata/ampliata nel 28 a.C. col nome di Julia Augusta Taurinorum sul luogo dove Giulio Cesare nel 58 a.C. aveva già insediato un presidio militare che poi, nel 44 a.C.20, aveva preso il nome di Julia Taurinorum. Dinastia Giulio-Claudia che certamente, come altri patrizi romani, possedeva latifondi anche nel meridione d’Italia e, in senso lato, da queste parti.

Elementi di riflessione21, relativamente al territorio, li fornisce la famosa Tabula Peutingeriana, sulla quale si sono riversati fiumi di erudite ed interessanti speculazioni. In verità, tale documento, apparentemente di uso militare, secondo le più accreditate ipotesi, consiste in una copia del XIII secolo di una più antica carta del periodo tardo imperiale romano che sembrerebbe essere stata integrata ed ampliata nel corso dei secoli parallelamente all’espandersi dei domini di Roma. Di talché, in essa si trovano situazioni e collocazioni non sempre compatibili con le conoscenze storiche e geografiche rivenienti da altre fonti; per di più rese secondo misure diverse ed in generale da interpretare di caso in caso (quali, ad esempio, miglia, leghe, parasanghe), in accordo con le rivenienze archeologiche.

Per quanto mi riguarda, tale documento, ove sia dimostrato che fosse la copia di uno più antico e non invece redatto ex novo sulla base di altri noti itinerari ed antichi testi geografici (non sempre ben interpretati ed anch’essi non del tutto scevri da manipolazioni postume), sicuramente deve esser stato emendato e/o restaurato ovvero integrato in molte parti probabilmente già rovinate dall’usura del tempo, con l’aggiunta, nelle parti guaste, di toponimi interi o parzialmente corretti, secondo le conoscenze di geografia all’epoca note e sostanzialmente mai più messe in discussione (vedasi, ad esempio, l’innaturale ed impossibile ubicazione dei siti di Pontentia ed Anxia ovvero i siti identificati come le attuali Potenza ed Anzi lungo la direttrice Venusia – Tarento).

Di essa Tabula, in questo scritto, limitiamo l’analisi critica al solo tratto stradale che va da Taranto alla località sulla stessa indicata come Turis (l’attuale Sibari).

18 L’imperatore Ottaviano Augusto, era detto il Thurino, in quanto il suo bisnonno era originario di Turio in Magna Grecia (Marco Antonio; Orazio, ed altri).

19 Si precisa, a scanso di equivoci, che il nome di Torino non ha nulla a che fare con Thurii, ma deriva dal nome della tribù Celto Gallica dei Taurini, mentre l’emblema del toro è verosimilmente associabile alla presenza dei legionari cesariani.

20 Anno della morte di Giulio Cesare.

21 Non senza ricadute relative alla geografia del precedente periodo magnogreco.

Come leggere/interpretare il documento nella parte in esame:

Orbene, nel caso di cui al punto a), si avrebbe che la distanza tra Turiostu ed Heraclea corrisponderebbe in miglia romane a circa 37 chilometri23, dove, invece, la distanza tra Metaponto e Policoro è di circa 24 km e tra le Tavole Palatine e Policoro è inferiore ai 28 chilometri. Si dovrebbe, pertanto, aprioristicamente escludere un collegamento (oltretutto da più fonti documentato)24 costiero più o meno sovrapponibile all’attuale S.S. 106 Jonica, a favore di un esclusivo itinerario pedemontano o, meglio, inter-collinare, che sicuramente cozza con la natura stessa della Tabula, il cui uso essenzialmente di tipo militare non poteva che mirare alla velocizzazione dello spostamento delle legioni, nel quadro dell’efficientamento degli spostamenti finalizzati alla rapidità degli interventi. In più, si dovrebbe senza remora alcuna scartare l’ipotesi che nel tratto in questione le distanze siano indicate in leghe25.

Nel caso di cui al punto b), ovvero ove si ipotizzi una Turiostu a ridosso di Tarento, la Tabula indicherebbe una distanza tra Taranto e Policoro di appena 37 chilometri, ove ivi espressa in miglia, e di 55,5 chilometri se espressa in leghe, laddove si dovrebbe aggirare lungo l’itinerario costiero attorno ai 70 chilometri.

22 Si noti come, invece, risulta chiaramente segnata la distanza tra Tarento e Manduris, ecc.

23 1 miglio = km 1,48.

24 Tra gli altri, vedasi, per la pertinenza con l’argomento, l’interessante ed autorevole scritto di L. Giardino "Metaponto tardo-imperiale e Turiostu: proposta di identificazione in margine ad un miliarium di Giuliano l'Apostata", 1982, in "Studi di Antichità", Università di Lecce, Dipartimento di Scienze dell'Antichità, 3, 1982, pp. 155-173.

25 1 lega (leuga) romana = 2,22 km, 2.220 m, 1.500 passi, 7.500 piedi

Al caso di cui al punto c), secondo la mia tesi, ci si deve riferire per la corretta interpretazione dell’itinerario.

Vediamo perché:

E’ acclarato che già dal medioevo, con riferimento al toponimo di ‘Turiostu’, chiaro vocabolo composto, veniva indicata la località di ‘Turris Maris’ ovverosia della Torre a Mare o Torremare (attuale Metaponto) a noi nota attraverso le pergamene di XI e XII secolo di Matera e del monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso26. A me pare evidente, tuttavia, che il toponimo non può che derivare da una traduzione ‘forzata’ del toponimo latino ‘Turiostu’. Forzata, in quanto non mi sembra chiaro come dalla radice toponomastica di ‘Tur - Turi’, probabile, a sua volta, latinizzazione (dal greco) di ‘Thurii’, si possa arrivare a ‘Turris’ mediante il raddoppio della consonante ‘r’.

Non che sia impossibile27, ma sembrerebbe, nella fattispecie, piuttosto trattarsi di un caso di paretimologia di epoca altomedievale dovuta alla mera assonanza del sostantivo ‘Turris’ con il primo dei due nomi/sostantivi componenti il toponimo ‘Turi-ostu’, in relazione alla presenza nell’odierna Metaponto (località Torremare) di una torre (forse già del periodo bizantino- longobardo-arabo con funzione di controllo del porto), primo nucleo edificato del successivo castello normanno svevo. Presenza/luogo che veniva identificato, essendosi perso nel tempo o semplicemente non più riconoscendosi il nome classico autentico della città ivi esistente, con quello documentato dalla Tabula di, appunto, Turiostu.

Ma torniamo alla Tabula ed alle distanze e cerchiamo, in primo luogo, di capire l’unità di misura sottintesa ai numeri romani ivi segnati:

La distanza tra Taranto e la ‘statio’ di Turiostu indicata col numero XXV, come precedentemente detto, ove espressa in miglia romane, corrisponderebbe a 37 km e la detta ‘stazio’ si dovrebbe collocare, lungo la direttrice costiera, all’incirca in corrispondenza di Chiatona28.Se invece espressa in leghe romane segnerebbe una distanza di 55,5 km con la conseguenza che Turiostu ricadrebbe all’incirca in prossimità di Ginosa Marina, a ridosso di contrada Marinella e conseguentemente dell’antico alveo e foce del fiume Bradano29

26   Polo Digitale degli Istituti Culturali  di   Napoli (http://www.polodigitalenapoli.it/it/29/ricerca/detailarchiveud/2936783/): Codice diplomatico di Matera - Volume I (indice e documenti dal 1082 al 1499), Identificativo per l'unità archivistica PDN UA 2936783; Badie, Feudi e Baroni della Valle di Vitalba. A cura di Tommaso Pedio; Historia cronologica monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi ... ab anno 1065. ad annum 1484. Ex ejusdem monasterii tabulario deprompta accessit series genealogica principum benefactorum monasterij ex Nortmannica Altavillana stirpe deducta Serafino Tansi; ecc.

27 In effetti la voce greca τύρρις esiste come variante di τύρσις (Treccani, vocabolario online, alla voce ‘torre’).

28 Il calcolo e la mappa, come per i successivi, sono stati fatti con Google Maps, utilizzando per l’individuazione dei percorsi stradali le funzioni ‘a piedi’ o ‘in bicicletta’, al fine di avvicinarli quanto più possibile a quello che doveva essere il percorso antico. Come punto di partenza, si è fissato il Parco Archeologico di Collepasso a Taranto, in quanto ricadente nei pressi dell’antica porta Temenide. In più, per il percorso iniziale, si è preferito quello relativo al ‘Circum- Mar-Piccolo’, atteso che ai tempi in riferimento non è certo (per me no) che esistesse quello che oggi è noto come Ponte di Pietra, in prossimità di Porta Napoli. Ovviamente, il predetto procedimento non ha pretesa di scientificità, ma solo di ausilio visivo (ed esplicativo) alle speculazioni critiche oggetto del presente lavoro.

Soprattutto per i motivi che in appresso vedremo, a mio giudizio, l’unità di misura che ricerchiamo è la lega (leuga) romana (1 lega = 2, 22 km)30.

Sulla Tabula, secondo il criterio di lettura proposto, la distanza intercorrente tra la statio di ‘Turiosto’ ed Heraclea è di IIII leghe romane, pari a 8,88 km, che è circa la distanza che da contrada

29 Tenuto conto dell’antico alveo corrente più a nord dell’attuale.

30 La lega o leuga romana, nella Tabula Peutingeriana, è sicuramente utilizzata come unità di misura negli itinerari della Gallia. Si veda in proposito, on-line, in Enciclopedia Treccani, alla voce: ‘PEUTINGERIANA, Tabula di F. Castagnoli (https://www.treccani.it/enciclopedia/tabula-peutingeriana_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/).

Marinella (sponda sinistra dell’antica foce del Bradano) intercorre, secondo un ipotetico percorso pedonale, al Parco Archeologico di Metaponto. In definitiva, l’Heraclea della Tabula Peutingeriana non è altro che il sito dell’antica città portuale31 greca oggi individuata come Metaponto.

A questo punto, continuando lungo il percorso della Tabula, incontriamo la successiva ‘statio’ di ‘Semnum’ (generalmente identificata con qualcosa a ridosso dell’attuale fiume Sinni, se non con lo stesso).

Peraltro, secondo la lettura qui proposta, tra Heraclea e Semnum, non sarebbe indicata la distanza e ciò costituirebbe un grave vulnus all’ipotesi formulata.

Tuttavia, da un più attento esame critico, emerge che il toponimo Semnum, per quanto a mia conoscenza, non esiste nella letteratura storiografica e geografica classica e nemmeno è rintracciabile nei vocabolari come sostantivo o aggettivo. Pertanto, si deve necessariamente postulare che ‘Semnum’ non è altro che una delle correzioni/integrazioni apportate in sede di restauro del documento originale32 (con l’erronea interpretazione/sostituzione del numero romano IIII con la lettera m). Così procedendo si ha la più coerente lettura di ‘Semnu III’.

Lettura più coerente poiché, in questo caso, si avrebbe un toponimo corrispondente ad un sostantivo noto (semnion, ii – II decl. latina)33, oltretutto di chiara derivazione greca, reso (in forma tardo latina o dialettale) con l’ablativo semplice di IV decl., sicuramente parte di un nome composto (alla stregua di ‘Turi-ostu’34), ma soprattutto corrispondente all’aggettivo greco

31 Porto che evidentemente, per la sua conformazione (quasi un lago interno collegato con il mare aperto per mezzo di un canale artificiale), era chiamato, con aggiunta di suffisso diminutivo, <u’ p’lagin’> ovvero ‘il mare piccolo’ (quasi un lago salmastro) dal latino pelagus, i (mare, oceano, massa d’acqua). Da qui, anche il toponimo di ‘Lago di Santa Pelagina’, ove per Santa Pelagina, se non si voglia a tutti i costi ricercare un etimo di origine greca, si deve intendere Santa Maria del mare piccolo ovvero Santa Maria del Porto (chiesa cristiana individuata da M. Lacava: v. “Topografia e Storia di Metaponto”. A proposito del canale d’ingresso al porto, alcuni decenni fa, un operaio che negli anni ’50 del secolo scorso aveva lavorato alla costruzione dei canali della bonifica mi riferì che durante i lavori di costruzione del tratto prospiciente l’idrovora furono rinvenuti i resti di quello che sembrava un pontile, sul quale fu posizionato, con risparmio di tempo e lavoro, l’attuale tratto terminale del costruendo canale.

32 Vedasi quanto precedentemente detto in proposito.

33 Ferruccio Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, 3^ edizione interamente rifusa ed aggiornata del dizionario Georges- Calonghi.

34 Al porto di Turi, se riferito ad una città, o alla foce del Turi, se riferito ad un fiume.

 ‘σεμνός’ (‘semnos’: sacro, santo, venerabile, augusto) declinato in forma latinizzata tarda (o dialettale o semplicemente per errore) con l’ablativo semplice, in accordo con un sostantivo di quarta declinazione indicativo di luogo (solamente per es.: ‘domu/o-semnu’ per ‘dimora sacra’).

Bene: col solito ausilio visivo-cartografico già utilizzato, il segmento Heraclea – Semnu III (3 leghe = 6,66 km) ci porta dritti a masseria Cardillo; ovvero nei pressi (appena 800 metri in line d’aria) dell’area archeologica (VII - IV sec. a.C.) di San Biagio all’Avenella (chiesetta medievale dedicata a San Biagio: chiaro esempio di sincretismo religioso di epoca ‘almeno’ altomedievale), ove, al tempo, secondo il noto epinicio XI di Bacchilide, insisteva, presso il Basento un ‘bosco sacro’ dedicato alla dea Artemide Hemera e dove pure era oggetto di culto suo padre Zeus con l’epiteto di Aglaòs35.

Masseria Cardillo, si aggiunge, distante, lungo l’odierno percorso stradale, all’incirca tre chilometri dalla masseria fortificata di S. Angelo Vecchio, già grancìa del monastero benedettino di San Michele Arcangelo di Montescaglioso.

In un’area, quindi, connotata da una persistente e ultrasecolare caratterizzazione religiosa36, cui richiama il toponimo (a mio parere, come detto, monco) ‘Semnu’. La cui importanza, tuttavia, dal punto di vista di controllo del territorio derivava dall’essere a ‘guardia’ del guado sul fiume Basento (Kasas per gli antichi greci e Casuento per i romani), meglio conosciuto come ‘scafa di Sant’Angelo’.

In proposito, si tenga presente la posizione strategica della zona di Masseria Cardillo (nel cui ambito vado a collocare la ‘statio’ di ‘Semnu’) riviene dal fatto che proprio lì è il punto di convergenza (ovviamente, al fine dell’attraversamento in ambo le direzioni di marcia, verso e dalla Calabria, del Basento in prossimità della ‘scafa37 di Sant’Angelo’) delle strade provenienti dalla Puglia: dal Tarantino, dal Barese, dalla Capitanata, oltre che, secondo la presente ipotesi, dal luogo indicato nella Tabula come Heraclea).

 35 Tra i tantissimi lavori, studi ed articoli, per la piacevolezza della lettura, si segnala: ‘Il Santuario extraurbano di San Biagio alla Venella’, a cura di Jolanda Carella con la collaborazione di Antonio De Siena, Bernalda, Tipografia Disantis, 2007.

36 Peraltro, multicultuale.

37 Dal latino Scăpha [scaphă], scaphae: barchetta, canotto, battello, scialuppa.

      

Per completare, ora, l’analisi della direttrice peutingeriana ‘Tarento – Turis’, non resta che, sempre secondo l’interpretazione di lettura qui proposta, non resta che verificare, col solito criterio, se il percorso pedo-ciclabile intercorrente tra il fiume Basento e l’attuale Sibari

38 Schema generale indicativo della viabilità convergente a Cardillo e conseguentemente alla ‘Scafa di Sant’Angelo sul Basento.

39 Particolare della precedente mappa con l’indicazione dell’area compresa tra Masseria Cardillo, la Chiesetta di San Biagio all’Avenella e la Masseria Fortificata di Sant’Angelo Vecchio, su cui insisteva l’Area Sacra relativa al Santuario di Artemide e Zeus e relativo ‘Bosco Sacro’; il tutto prospiciente la ‘Scafa’ sul fiume Basento. Area riportata sulla Tabula Peutingeriana come statio di ‘Semnu’.

corrisponde ‘grossomodo’ alla distanza di XXXV leughe (77,7 km) segnato nel documento e la risposta è affermativa:

Google Maps, infatti, ci restituisce una distanza pari a 78,7 chilometri, con uno scarto significativo di appena 1 km!40

Le conseguenze dell’articolata analisi e della lettura qui proposta dell’antico documento sono certamente importanti:

40 Sia pure, si ripete, su un tracciato simil-ricostruito.

41 Mi riesce problematico non collegare la coeva distruzione (post XVIII olimpiade o comunque VII sec. a.C.) del centro dell’Incoronata di Pisticci e del centro protostorico dell’attuale Metaponto con il mito di Falanto e l’aiuto da questi portato ai tarantini in guerra con alcune popolazioni locali, si noti, in piena età delle fondazioni coloniali. D’altronde, per quanto riguarda Siris, le fonti antiche (vedasi Stefano di Bisanzio: “…Metapontium urbs Italiae, quae prius Siris,…”) non sono concordanti e solamente dal XVI-XVII sec., da geografi che certamente conoscevano la Tabula Peutingeriana, pare essersi affermata tra gli storici, la distinzione di Siris-Poleion/Eraclea da Metaponto.

42 Questi toponimi di antichi centri si riferiscono ad un periodo storico di ben oltre un millennio (perlomeno dall’VIII sec.

a.C. al V sec. d.C.) nel corso del quale ben possono essersi succedute sullo stesso sito fondazioni, restaurazioni e rifondazioni. Sito che può aver avuto nomi diversi dalle popolazioni che si sono succedute, portatori di lingue, dialetti e tradizioni diverse. Lo stesso discorso vale per i fiumi, che in molti casi sono ricordati negli antichi codici con gli stessi nomi delle città che costeggiavano (ad es.: per la città di Siri, il fiume Siri; per Kasas - Cosenza, il Casuento; per Turi, il Trionto o Turionto; per Crotone, il Crati o Croto; per Taras - Taranto, il Taras; ecc.). Né si deve escludere la possibilità che uno stesso centro sia ricordato nelle fonti classiche, a seconda del periodo o dell’autore, con nomi diversi: un nome riveniente da un mitico eroe eponimo (ad es.: Crotone, Metaponto), un nome riveniente dalla maggiore delle deità ivi adorate (ad es.: Pandosia, Eraclea), un altro dal nome proprio della contrada, ecc.

Non è possibile discostarsi, per quanto riguarda l’ubicazione della statio di ‘Heraclea’ dall’attuale sito del Parco Archeologico Urbano di Metaponto. Oltretutto, a ciò richiama l’attuale denominazione di contrada ‘Sansone’. Toponimo sincretico ripreso dall’eroe biblico dalla forza sovrumana che ha certamente sostituito in epoca cristiana l’antica denominazione di Eraclea (città di Ercole), giusta lo zelo religioso probabilmente dei primi monaci basiliani qui sopraggiunti in periodo altomedievale43.

Per le evidenti implicazioni di ordine storico-geografico e per la necessità (che un ulteriore approfondimento sul tema comporterebbe) di non ampliare a dismisura la lunghezza di questo scritto, di conseguenza anche scantonando dalle sue finalità prevalentemente discorsivo- divulgative, fermo qui ogni ulteriore approfondimento esplicativo e deduttivo cui soggiacerebbe un tale lavoro.

Tuttavia, non posso esimermi dal valutare ed inquadrare nel periodo la questione dell’esistenza o meno di Camarda nel periodo:

Si è detto precedentemente che sono da ricercarsi e correttamente ubicarsi, negli attuali territori di Montescaglioso, Ginosa, Bernalda e Pisticci almeno tre o quattro antichi centri (Una Metaponto, una Turi, una Cosenza, una Eraclea, una Siri, una Pandosia), cui la toponomastica della Tabula Peutingeriana per forza di cose porta e la cui contestualizzazione rinvia a periodi pre- imperiali e finanche magnogreci ed italici, tenuto conto del fatto che non necessariamente per ogni toponimo occorre individuare la sede di una diversa cittadina.

Orbene, in un territorio di una tale importanza strategica ed economica, diventa difficile ipotizzare la totale mancanza di un qualcosa di antropico diversa da un mero utilizzo rurale del pianoro di Bernalda, anche perché, sia pure in chiave solamente ipotetica e deduttiva, non mancano, a ben cercarli, indizi di una qualche consistenza che autorizzano, anche fuor di forme di anacronistico campanilismo, quantomeno la insistenza del dubbio.

Infatti, con riguardo al territorio, la Tabula, così come interpretata, suggerisce la persistenza nel periodo della sua realizzazione di relitti toponomastici di una più antica geografia. Di talché, appare dovuta la ricerca delle predette antiche città negli agri di Ginosa, Montescaglioso, Bernalda44 e Pisticci. Aggiungo ora, più nel particolare, che una Turi45 andrebbe ricercata e/o collocata nei territori o a sinistra del Bradano (tra il pianoro collinare di San Biagio di Montescaglioso ed il territorio di Marina di Ginosa) o alla sua destra (tra Bernalda e Metaponto),

43 A ciò rinvia deduttivamente anche la nota denominazione data alle rovine del tempio di Apollo Licio, creduto in antico dedicato ad Ercole, stante evidentemente la persistenza del toponimo di Eraclea nella contrada, di ‘Chiesa di Sansone’. 44 Per il sito di Bernalda, in mancanza delle ‘sovrabbondati’ rivenienze archeologiche degli altri luoghi circonvicini citati, ne autorizzano l’inclusione tra i luoghi candidati anche la digressione linguistica su ‘camarda’ di Padre Teodoro Ricciardi e l’ipotesi di ricerca Formulata dal Prof. Stefano Panunzi.

45 A proposito alle vicende legate a Turi e/o ad Eraclea, un’antica tradizione a me anni addietro riferita oralmente dal Maestro A. Salfi lega il nome di una sorgente (Fontana e/o Ponte di Fabrizio) al console romano Caio Fabrizio Luscino che, su richiesta ed a difesa di Turi, sconfisse, in loco, in una dura battaglia (282 a.C.) l’esercito confederato di Tarentini, Lucani, Sanniti e Bruzi. Il medesimo, successivamente, nel 278 a.C., dopo la battaglia di Eraclea, fu inviato come ambasciatore presso Pirro.

mentre una Siri e (o) una Cosenza va inquadrata tra i territori a sinistra o a destra del Kasas- Casuento-Basento46 ovverosia tra i territori di Bernalda, e Pisticci - Marconia47.

In quest’ottica, riviene di particolare interesse la già richiamata ipotesi formulata dal Prof. Stefano Panunzi, il cui lavoro di ricerca meriterebbe ogni possibile collaborazione da parte anche delle Istituzioni, circa la possibile soggiacenza all’attuale centro storico di Bernalda di un tessuto cittadino orientato secondo i canoni ippodamei e pitagorici. Né minor interesse suscita il lavoro pure già richiamato del Prof. G. Sarcinelli – V. note precedenti a proposito dei ritrovamenti di ripostigli di monete riferite al conio di Eraclea.

Tralasciando per un attimo Camarda, non posso non sottolineare come, ubicando una ‘Cosenza’ nel territorio compreso tra le attuali Bernalda e Marconia, si deve necessariamente48 collocare la città di ‘Pandosia’, l’antica e ‘trivertice’49 ‘reggia degli Enotri’, a Pisticci50!

In proposito, atteso che ‘difficilmente’ l’archeologia possa restituire un cartello stradale con la scritta ‘Benvenuti a Pandosia’, non mancano di certo prove concrete (tenuto anche conto della cupidigia insensibile di qualche proprietario) della presenza di un ragguardevole insediamento antropico sul posto ‘almeno’ sin dal X sec. a.C., senza contare la presenza del santuario di Santa Maria del Casale, sincreticamente edificato sui resti di quello che certamente era un luogo di culto riferibile (anche questo ‘almeno’) al periodo magnogreco. Né vanno sottovaluti il fatto che Pisticci domina le valli dell’Acalandro (attuale fiume Cavone)51, nei cui pressi Alessandro il Molosso trasferì la sede assembleare delle città magnogreche, e del Casuento (Basento) e nemmeno il dato di fatto che Pisticci dista dal Parco Archeologico di Metaponto52 della distanza stessa riportata da molti per la distanza intercorrente tra il mare (evidentemente, un porto ovvero Heraclea) e Pandosia e cioè 6 ore di cavallo (circa 25/30 km).

                                                        La guerra gotico-bizantina,

il periodo longobardo, gli arabi, il periodo bizantino

Deve chiarirsi, innanzitutto, che parlare genericamente di ‘periodo bizantino’, ove si voglia attribuire la fondazione di Camarda a quel periodo, implica una forbice temporale di circa 6 (sei) secoli che va dalla guerra gotica, ovvero dalla riconquista, da parte dei Bizantini dell’Italia, a danno dei Goti, all’avvento dei normanni, con l’inframezzo dell’avvento dei Longobardi e dei Saraceni (Per

46 In antico e cioè prima della distruzione di Siri (all’epoca cioè della conquista violenta da parte dei greci), per chi scrive, il fiume di Siri. E’ ricordato, a ben vedere, dagli Autori classici con altri nomi, ma mi astengo dal citarli, essendomi già troppo allontanato dai canoni correnti con cui viene descritta la geografia della Magna Grecia.

47 Si tenga presente quanto detto a proposito di una sovrapposizione in un unico sito di più nomi di città.

48 “paulum supra (Consentia) hanc sita est Pandosia castrum validum ubi Alexander Molossus periit” (Strabone, ‘Rerum Geographicarum)

49 Per i non pisticcesi: Pisticci è edificata, in posizione dominante e centrale rispetto alla pianura metapontina, su tre colli (Monte Corno, San Francesco e Serra Cipolla).

50 ‘Pisticci’, come già ipotizzato nel ‘Liber Niger Civitatis Pisticii’ (1567) da Andrea Marzio (U. J. Andreae Martii), è toponimo tardo romano o alto medievale, il cui etimo va rapportato alla locuzione avverbiale di stato in luogo ‘post achium’ (che viene dopo Accio, evidentemente sulla direttrice dell’antico tratturo Heraclea - Pandosia.

51 Viene spontaneo e quasi naturale pensare che il Molosso, in fuga da Pandosia, abbia trovato la morte nel tentativo di attraversare il fiume proprio in prossimità del luogo del ritrovamento delle famose Tavole di Eraclea (penso, infatti, che le stesse siano state ritrovate in situ e non in giacitura secondaria).

52 Lungo la strada ancora ripetutamente citata in molte pergamene e documenti medievali – P. S. Tanzi, Notar Caposanto ed altri.

rendere l’idea, è come dire che, fra mille anni, qualche storico scriverà che Bernalda è stata fondata tra il 1497 ed il 2020!).

E’ questo, in ogni caso, il periodo dello stravolgimento della toponomastica non solamente locale ma, allargandosi lo sguardo alla Lucania (ed, in verità, all’intera Italia meridionale), regionale. Si affermano, infatti, toponimi di etimo greco bizantino (Camarda, ecc.), germanico (in particolare longobardo53: Gualdo, Guaudello, Avenula o Avenella54, ecc.), religiosi (San Biagio, Sansone, San Donato, ecc.), ma anche giuridico-amministrativi o di altra natura. In Basilicata, con l’avvento del ducato longobardo di Benevento (poi Principati di Benevento e Salerno), molti toponimi di luoghi e contrade e relative devozioni religiose (San Donato Vescovo di Arezzo, San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Cristoforo, ecc.) hanno origine negli insediamenti di genti (Arimanni55) provenienti dall’Italia centrale56 ed in modo particolare dalla Toscana.

Ma com’era la Camarda bizantina? Dov’era situata? E, soprattutto, premessa l’estrema difficoltà di reperire documenti o notizie, quali prove, perlomeno indiziarie, si hanno della sua esistenza?

IL TOPONIMO:

Camarda: “il nome accenna a stanziamenti greco-bizantini: ai quali ultimi camardan significò una specie di tenda, a forma arcuata, (Ducange, Gloss. Inf. Lat. ad v. Camaradum) e in misura da contenere molta gente, se argomentiamo dall’italico ‘camerata’ che derivò da quella. - Altra Camarda è presso l’Ofanto, in quel di Melfi, non lungi dal vallone del Catapano: raffronti non dispregevoli di grecismo locale. Altra presso Catanzaro, ove fu pure lungo albergo di genti bizantine.

- Altra presso Apricena. - Tutte queste denominazioni indicano ivi stazioni, o acquartieramenti stabili di truppe bizantine.57

Ciò detto, chi scrive, valuta, in considerazione della natura, composizione ed abitudini degli eserciti bizantini, costituiti essenzialmente da mercenari arruolati nelle varie province dell’Impero che si spostavano con il seguito di mogli, figli e beni mobili, che la Camerata o Camarda bizantina sia stata, perlomeno nel corso del X secolo, in massima parte popolata da quelle genti58 ed avesse quindi caratteristiche, usi, costumi e lingua precipuamente greco-bizantini.

Meno fondata, appare la tesi da alcuni sostenuta della derivazione del toponimo da un etimo longobardo59. Tuttavia, non ritengo, allo stato, di approfondire questa ipotesi, anche perché tale ipotesi rinvia allo stesso periodo altomedievale. Come dire: ‘se non è zuppa, è pan bagnato!’.

L’abitato, che certamente disponeva di un centro fortificato, era sicuramente ubicato lì dove era necessario che fosse, e cioè, in ragione della natura (militare) stessa della cittadella bizantina, nei pressi della rocca (l’attuale castello), in posizione forte e dominante sulla valle del Basento, a guardia della stessa e principalmente dei primi due punti di passaggio, a partire dalla

 

53 I discendenti del longobardi costituirono di fatto per molti secoli l'aristocrazia militare, civile e religiosa italiana.

54 Più precisamente (Avenella), più che di origine germanica, qui portato dai militi longobardi.

55 Arimanno (ant. anche erimanno) s. m. [dal lat.  mediev. Arimanus, dal longob. hariman «uomo dell’esercito»]. –

dipendente dal re, godeva della concessione di terre, a titolo di proprietà ereditaria e inalienabile (vedi:

https://www.treccani.it/vocabolario/arimanno/).

56 E’ interessante confrontare la toponomastica lucana con quella medievale delle regioni dell’Italia centrale già facenti parte del Ducato Longobardo di Spoleto (solo per es. su: Chronicon Farfense di Gregorio di Catino).

57 G. Racioppi: Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata.

58 (Ungheresi, Bulgari, Armeni, ecc.).

59 Al momento non riesco a rintracciare la fonte che mi riservo di citare appena possibile.

costa, sul fiume omonimo: quello noto col nome di “scafa di Sant’Angelo” e quello, importantissimo all’epoca, in prossimità di “Torre Accio”, dove sorgeva un ponte in muratura60, il quale nel medioevo era il primo che attraversasse il Basento in prossimità della linea costiera (L’importanza strategica era appunto questa: gli eserciti che nei secoli hanno percorso queste contrade diretti o provenienti dalla Calabria, da o verso la Puglia, ove non fossero stati in grado o non avessero avuto il tempo,   di costruirsi da se dei celeri e sicuri punti di attraversamento del fiume (è evidente che non si possono traghettare migliaia di soldati, pochi per volta, con una o anche più scafe (zattere), da una sponda all’altra di un fiume senza esporre l’esercito a improvvisi e micidiali attacchi nemici!) erano costretti all’attraversamento del Basento per mezzo del ponte più vicino alla linea di costa e quindi in località “Torre Accio”, sulla strada che poi proseguiva per il Castello di S. Basilio, per Policoro, ecc...).

E’ questo il caso della battaglia combattuta tra l’Imperatore Ottone II e le forze congiunte Bizantino-Arabe nell’anno 982 d.C.61

Da questa battaglia, Ottone II ne uscì malamente sconfitto e si salvò salendo su una piccola barca (scapham62) e, a bordo di questa, raggiungendo la costa, dove peraltro cadde in mano di pirati di lingua greca.

Come al solito, molti riportano l’episodio in Calabria, tuttavia senza ragione plausibile, come dimostrato dal Giustiniani e dall’Antonini (anche richiamando quanto perentoriamente affermato dal Quattromani nelle note al De antiquitate et situ Calabriae del Barrio63) e da altri.

La battaglia dovette ragionevolmente svolgersi all’altezza o a monte della scafa di Sant’Angelo: nei pressi della collina di Camarda o, con maggiore probabilità, nell’attuale territorio di Marconia di Pisticci, tra Tinchi, Casinello ed il castello di San Basilio, atteso che per Ottone II non avrebbe avuto senso fuggire in barca sul fiume per poi tornare nei pressi del luogo della battaglia, se questa si fosse combattuta a valle della scafa. In ogni caso, secondo il Barrio, la battaglia si combattè ‘apud basentum64 amnem juxta Consentia65’, ma secondo altri Autori66 ‘apud Basentellum’; il qual toponimo richiama l’esistenza di un casale di tal nome a ridosso del fiume e nel qual caso il toponimo potrebbe suonare come ‘la piccola Cosenza’.

Non deve trarre in inganno, tornando al tema, a proposito dell’ubicazione di Camerata- Camarda, la tradizione secondo cui l’abitato sorgesse in località S. Donato: questa contrada, infatti, ha conservato sempre i connotati di zona rurale e il fatto che ivi certamente siano state allocate, nei secoli, una o più fattorie, a cui certamente si riferiscono alcuni scarsi ruderi e ai cui abitatori (di epoche diverse) ineriscono alcune tombe ed altri pochi reperti archeologici, o il fatto che sul posto

60 Il primo riferimento documentato circa l’esistenza di questo manufatto è per la verità del 1489 (Inventario della Contea di Montescaglioso redatto per ordine di Federico d’Aragona dal notaio Caposanto di Andria), ma è facile arguire che lo stesso dovesse essere di costruzione coeva o anteriore a quella di “Torre Accio” (circa sec. X), la cui funzione è appunto legata al controllo del passaggio sul fiume.

61 Ci suggestiona pensare che lo stesso imperatore Ottone II, nella sua spedizione del 982, dopo aver posto con il suo esercito il campo nei pressi delle Tavole Palatine, dovette attraversare il Basento, diretto in Calabria, attraverso uno o entrambi i passaggi suddetti, non senza aver dovuto fronteggiare la guarnigione Bizantina di Camerata/Camarda.

62 Sappiamo bene dove avrebbe potuto trovare la ‘scapham’: alla scafa, appunto, di Sant’Angelo.

63 GABRIELIS BARRII FRANCICANI - De Antiquitate , & Situ Calabria - LIBRI QUINQUE - … - Cum Animadversionibus SERTORII QUATRIMANNI PATRICII CONSENTINI - ROMAE MDCCXXXVII - Ex Typographia S. MICHAELIS ad Ripam. (Reperibile su Google Libri).

64 Il Quattromani, in nota, commenta: “hoc falsum est; nam historici de illius nomini flumine, quod est in Lucania, & Busentum Brutiorum navicula nunquam trajicitur”.

65 Si tenga presente quanto precedentemente detto a proposito di Consentia sul Casuento/Basento.

66 Flavio Biondo, Johannes Cluver, ecc.

possa, per qualche tempo, aver trovato scampo e precaria dimora, anche per la vicinanza dei pozzi di “Torrone”, parte della popolazione di Camarda sopravvissuta, come appresso vedremo, ad eventi guerreschi e naturali (tra i quali probabilmente il terremoto del 1466), ovvero, ancora, che ivi possa aver trovato alloggio, sempre per la comodità dei pozzi, parte della truppa bizantina67, o meglio del suo seguito, di stanza a Camarda, non forniscono prova né supportano esaustivamente una tesi usata, anche maliziosamente, dagli stessi Difensori dell’Università di Bernalda nei vari contenziosi sostenuti contro l’Università (Comune) e l’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso.

FONTI di RICERCA (alcune):

Per lo scrivente, la prima e più antica citazione, circa una località a nome Camerata, è riportata, per la verità in modo critico, dal P. D. Alessandro De Meo, che, riprendendo a sua volta una notizia tramandata da Francesco Lombardi nelle “Notizie di Molfetta”, all’a.C. 988, nella sua monumentale e ineguagliata Opera68 testualmente ha scritto: <<Aggiugne l’Annalista Salernitano, che in quest’anno “Cosenza fu presa da’ Saraceni, e l’Oppido Monte Piloso69 (Irsina) restò quasi tutto bruciato: ma il Principe Giovanni subito lo rifece, e poselo in istato miglior di prima”. Adunque Monte Piloso era in Principato di Salerno. In quest’anno essere stata presa Cosenza, lo dice ancora Romoaldo Salernitano. Scrive Lupo Protospata. An.988. Ind. I. Depopulaverunt Saraceni Vicos Barenses, e viros, ac mulieres in Siciliam captivos duxerunt. Francesco Lombardi nelle notizie di Molfetta, senza altri testimonj, nota, che in quest’anno restarono da’ Saraceni desolati i paesi Rivella, vicino Molfetta, Morigine, S. Ismo nella via, che va a Quarata70; e poi più tardi furon desolati Torre Villotta, o Villola nella via di Terlizzo, S. Leucio in Deserto in pertinenza di Molfetta, nella via che va a Bitonto; S. Quirico nella strada di Ruvo, Urassano71 nella via di Bitonto, Sagina, S. Stefano, S. Andrea, Cirignano, Zappino, Giano, Priragnano, S. Nicola, e Salandra in territorio di Bisceglia: e nelle parti di Conversano Castellone72, Frassineto, Cimenia, Casabolo, Barsenta, Giamorra, Sessano, e Agnano. Vicino Acquaviva Ventacero, e in pertinenza di Bari Camerata (cioè: Camarda)73, Balsignano, Butorrito74, Casabattula, e Casalnuovo. Ma per questi tempi almeno molti di tali Paesi non ebbero esistenza, che nella fantasia di alcuni. >>.

Come si vede, il Di Meo è alquanto scettico sulla notizia tramandata dal Lombardi, ma, forse, una volta tanto non approfondisce da par suo, traendo la convinzione semplicemente dal fatto che dal Lombardi sarebbero citati paesi all’epoca suppostamente non esistenti. Egli stesso, tuttavia, non supporta però in alcun modo la propria affermazione.

Al contrario, la notizia, pur non tenendo conto delle località citate e dubbie, coincide e si inquadra perfettamente nel contesto di avvenimenti descritti da altri Cronisti e anzi fornisce, analizzata non disgiuntamente da questi, una ragionevole lettura dei fatti guerreschi del periodo, nonché spunti per ulteriori analisi e approfondimenti intorno ad alcune questioni, quali ad esempio l’organizzazione amministrativa del Tema d’Italia ed i suoi confini a ridosso della Basilicata sud-

 67 Ad evitare guai e fastidi alle popolazioni, da sempre il grosso delle guarnigioni militari era fatto bivaccare fuori dei centri abitati.

68 Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età.

69 Irsina

70 Corato

71 Grassano

72 Castellana Grotte

73 Da non confondersi con Camerata/Camarda di Capitanata nota posta della Dogana delle Pecore.

74 Bitritto

orientale, a ridosso dell’affaccio sullo Jonio75 ovvero del territorio ricompreso nella ‘terra di Bari’, il cui confine con la Basilicata correva ‘grossomodo’ lungo il corso del fiume Bradano e/o sul crinale collinoso che divide la stessa valle del Bradano da quella del Basento76.

Si sa, infatti, che, circa il 985, e dopo la stasi del 98277, riprende una vigorosa, impegnativa e duratura offensiva saracena nel meridione d’Italia, che segue quella intrapresa circa venti anni prima e che durerà praticamente fino all’avvento dei Normanni, finalizzata alla conquista e al controllo della Calabria (I Saraceni, partendo sempre dalle coste, sia jonica che tirrenica, attaccano ed acquistano, in sequenza, Reggio (985), Catanzaro (986), Cosenza (988), ecc...);

La strategia è la stessa: l’offensiva viene integrata e protetta a Nord da una formidabile ed intelligente manovra a tenaglia, intesa a isolare la Calabria stessa, impedendo l’arrivo di rinforzi e rifornimenti e, quindi, tenendo lontano da questo principale obiettivo e campo d’azione il grosso degli eserciti avversari (Quello longobardo a Nord-Ovest e quello bizantino a Nord-Est), che difatti vengono impegnati quasi sempre fuori regione, in Campania, Basilicata e nella Puglia.

La manovra saracena si sviluppa su due direttrici di attacco convergenti verso il cuore della Basilicata, a Nord del massiccio del Pollino, autentica fortezza naturale a difesa della regione calabra, utilizzando le valli fluviali (nel metapontino, in particolare, le valli del Sinni dell’Agri, del Cavone e del Basento, naturalmente orientate nella direzione sud-est <--> nord-ovest) e su una terza direttrice di attacco che, partendo sempre dai litorali del metapontino, punta a nord verso la regione barese i porti adriatici pugliesi e la stessa Bari.

La prima direttrice vede come luogo di sbarco la costa del golfo di Policastro con penetrazione nel Principato di Salerno in direzione Nord-Est, verso Rivello e Planula (poi Castel Saraceno);

La seconda direttrice, invece, prevede lo sbarco sulla costa ionica della Basilicata, dove, già dal 976, i Saraceni disponevano di alcune basi, e la conseguente penetrazione, lungo le valli del Sinni, dell’Agri, del Cavone, del Basento e del Bradano, in direzione Nord-Ovest; la riuscita di questa manovra a tenaglia è tesa ad assicurare, come detto, il controllo del massiccio del Pollino e di conseguenza il controllo assoluto di tutte le vie terrestri di accesso alla Calabria.

Per quanto riguarda la terza direttrice di attacco (direzione Nord Nord-Est, verso la Puglia), nella valle del Bradano la situazione rimane particolarmente movimentata: lungo il corso del fiume e del suo affluente Basentello, oltre la linea ideale Matera-Tricarico78, corre, all’incirca, il confine fra il territorio bizantino e quello del Principato di Salerno. Qui, i Saraceni tengono a lungo impegnati i Salernitani [a Gravina (nel 976), a Venosa (dal 985), a Matera (994), a Montescaglioso (1003), a Monte Piloso (1010), ecc.] e da qui impegnano, sulla murgia Materana, anche l’esercito bizantino, che, fin dal 982, con certezza, sanno di non essere in grado di affrontarli in campo aperto79; esercito bizantino che si ritira a difesa delle maggiori roccaforti lasciando loro campo libero fino alle porte di Bari (988 - 1002).

75 ... Uggiano (ovvero Ferrandina) in terra di Bari ancora ...

76 Della Provincia d’Otranto del Filosofo e Medico G. Marciano di Leverano con Aggiunte del Filosofo e Medico D. T. Albanese di Oria, Napoli, 1855.

77 La venuta di Ottone II, nemico comune, per fronteggiare il quale si alleano in quell’anno Mori e Bizantini.

78 Al di sotto di tale ideale linea il confine si sposta verso il Basento ed il Cavone.

79 Nel 982 Saraceni e Bizantini hanno operato congiuntamente contro l’esercito di Ottone II: ne hanno quindi potuto valutare compiutamente l’efficienza e la capacità operativa. Non solamente, ma ben sanno che i bizantini da tempo hanno adottato la tattica del combattimento dall’interno delle città e delle loro fortificazioni rinunciando, per quanto possibile, agli scontri in campo aperto, al fine di massimizzare le capacità di combattimento delle loro truppe.

Ma torniamo a Camerata/Camarda, che, ovviamente, insieme ad Apio, Urassano, Salandra, ecc., non poteva non essere interessata dai predetti avvenimenti: essa era dunque, al tempo, così come tramanda il Lombardi nel suo coerente, se pur non comprovato, racconto, in “pertinenza di Bari”;

Di questa cittadina greco-bizantina e dei suoi costumi, i camardesi-bernaldesi del XVI secolo dovevano certamente conservare orgogliosa memoria, se deposero all’ingresso della loro Camarda- Bernauda, in corrispondenza della Porta Maggiore80, la seguente iscrizione:

 “O amico passegger fin qui arrivaste, Bionda Camarda greca e festeggiante, Trovi, se il passo affretti e vai più innante81, Le mura di mia madre infrante e guaste”82

 Laddove, appunto, le mura infrante e guaste sono quelle della vecchia Camarda bizantina o, secondo le ipotesi del Ricciardi e del Prof. Panunzi, di un qualche dimenticato e sconosciuto centro magnogreco (non certamente quelle della distante Metaponto).

IL PERIODO NORMANNO-SVEVO

CONTINUA….