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L’ARMA:
“D’azzurro al bue d’argento portante in bocca delle spighe d’oro, e sormontato da tre stelle dello stesso, ordinate in fascia. Queste ultime però han preso il posto di un sole anche di oro, ch’era l’arma dei Bernauda” .
In realtà, originariamente, l’arma (lo stemma) presentava, al posto delle stelle e del sole, e prima di questi, un giglio, retaggio evidente del periodo angioino e di più antichi feudatari, mentre il bue (in realtà un toro o un vitello) sormontava tre monti; ciò è possibile, ancor oggi, osservare, scolpito in pietra, sopra una lapide del XVI sec. posta sotto l’antica torretta dell’orologio situata nell’attuale Corso Italia, nei pressi della, non più esistente, cappella dedicata alla Madonna delle Grazie e prospiciente la, parimenti scomparsa, piazza pubblica.


Camarda, quindi, almeno da circa il XIII secolo, (probabilmente) già si fregiava di un proprio emblema civico (arma, stemma), vedremo in appresso da chi, verosimilmente, mutuato.
Il particolare appare importante, potendo significare esplicito richiamo ad una qualche forma di presenza istituzionale nel periodo storico segnato dalla dinastia d’oltralpe, insediatasi  nel Regno di  Napoli con Carlo I d’Angiò, e lasciando, pertanto, spazio all’ipotesi  che Camarda, già nel corso dei secoli dall’XI-XIV, fosse civicamente organizzata: la presenza, infatti, di un emblema civico sembra logico potersi raccordare con la presenza di una civica istituzione.
Per essere più chiari: nell’arma (stemma), col tempo, si sono distinte le seguenti pezze araldiche:
1) il bue (il toro) d’argento, la pezza originale, la più antica ed invariata nel tempo, che è il vero emblema civico, sormontato, sormontante e/o affiancato alle altre pezze di diverso significato;
2) le spighe d’oro (cioè di colore giallo), ad indicare che Camarda, poi Bernalda, insisteva nel territorio dell’antica Metaponto;
3) un giglio (memoria probabile del periodo angioino, se non addirittura del precedente periodo normanno-svevo);
4) i tre monti, ai piedi del bue d’argento, a significare che il territorio di Camarda comprendeva altri feudi (Avena, Avinella ed Appio/Accio). Questa pezza deve essere stata aggiunta verso il 1470, quando a Camarda, su iniziativa di Pirro Del Balzo, furono certamente convogliate, oltre, come noto, a famiglie di schiavoni (albanesi) le famiglie provenienti dai centri (feudi) predetti;
5) il sole d’oro (di colore giallo o rosso) della casata dei de Bernaudo (o de Bernardo), dai quali anche lo ‘sfondo’ d’azzurro. Il sole sormonta il bue, prendendo il posto (1497) del giglio, a significare l’avvenuto succedersi della casata feudale de Bernaudo a quelle precedenti;
6) le tre stelle dello stesso colore (gialle): di epoca più recente, sostituiscono i simboli delle scomparse case feudali, mantenendo forse anche il ricordo ed il significato dei tre monti ;
L’arma è, dunque, un’arma “parlante”. Ognuno dei predetti simboli araldici, come abbiamo visto, è portatore di un particolare e ben definito significato, così che le spighe stanno a significare il richiamo ad una tradizione metapontina ossia perpetuano il ricordo dell’appartenenza del territorio a quello dell’antica Metaponto; i tre monti indicano invece la giurisdizione su più territori ovvero feudi; il sole ed il giglio, a loro volta, campeggiavano in capo all’arma , rispettivamente, al tempo in cui signoreggiavano su Camarda i de Bernardo e le casate baronali dei periodi precedenti (Beaumont, Monfort, ecc...).
Per quanto riguarda, il Toro (più probabile) o, forse, il Vitello: esso è l’autentico, originale emblema civico (dubito, in verità, che le spighe possano essere frutto di qualche erudita velleità rinascimentale o seicentesca, ma non può dirsi con certezza) e con buona probabilità è stato mutuato, così come per Matera e Tricarico, da quello delle truppe e Autorità bizantine quivi certamente acquartierate nella seconda metà del X secolo, al tempo cioè del Tema d’Italia, il cui confine correva, nell’attuale provincia di Matera, grossomodo, lungo le zone comprese tra il Bradano e il  Basento, ed il cui emblema era appunto il Bue o Vitello di razza podolica (da qui il colore bianco-argento), da cui nell’antichità la penisola italiana ebbe nome .
Più che curiosa, poi, appare come un dettaglio degno di approfondimento la sostanziale identità, già in antico, tra gli stemmi di Matera e Bernalda. In proposito, si propongono, scusandomi per la scarsa qualità delle immagini, le foto di detti stemmi scattate per Matera nel cortile interno dell’attuale Prefettura (Già convento dei frati predicatori di San Domenico - XIII sec.) e per Bernalda sulla torretta dell’orologio in corrispondenza di quella che un tempo era la chiesa di Santa Maria delle Grazie (XVI sec.) nell’attuale corso Italia:
 Matera, Prefettura Bernalda, torretta dell’orologio
In definitiva, appare evidente, credo anche al lettore, che ciò che con lo stemma comunale, a torto o a ragione, si vuole tramandare è la tradizione di una comunità camardese, che, almeno a partire dalla seconda metà del XIII secolo, se non da prima, come precedentemente detto, a differenza di quanto avveniva per i feudi rustici, manteneva un proprio emblema civico, distinto da quello del feudatario, del quale peraltro di volta in volta si fregiava. Pertanto, si può supporre, che la medievale Camarda non poteva non avere, corrispondentemente, una propria embrionale organizzazione civica, retta da propri rappresentanti, secondo le leggi e/o le consuetudini del tempo.
Una tale supposizione, però, incontra un oggettivo ostacolo nella qualificazione, nei documenti medievali, del nucleo abitativo di Camarda come ‘casale’.
Infatti, benché in modo deduttivo e non esaustivo in ragione delle diversità culturali e giuridiche vigenti nelle varie regioni dell’Italia altomedievale, secondo l’opinione di molti tra i più citati studiosi il ‘casale’, in realtà, non aveva capacità di autogoverno.
Ad es.:
Il Du Cange indica due significati diversi, ma assai legati tra loro, per il termine «casale»: a) casa rurale isolata con terreni annessi; b) aggregato di case posto al di fuori o lontano da un centro, che non ha capacità di autogovernarsi attraverso proprie istituzioni, e perciò dipendente da quest’ultimo, come una sua emanazione, a scopo di colonizzazione agraria .
Per Giandomenico Serra, ‘Casalis’ è voce staccatasi dalla formula originaria ‘fundus casalis’ che esprime l’unità stabilita in età tardo-romana tra il ‘fundus’ e il nucleo delle ‘casae’ abitate da servi o coloni che ivi lavorano. Secondo questa tesi, l’unità del gruppo gentilizio si concretizzò cosi nella forte coesione di un aggregato di edifici rustici, abitato da gruppi familiari dello stesso ceppo (o di consortes) uniti sotto l’autorità di un capo e aventi come scopo comune lo sfruttamento di un proprio territorio rurale .
Il «casale», come invece ricordato da Vito Fumagalli era abitato, in origine, da uomini liberi. Pertanto, la conquista di nuove terre all’agricoltura è da ricondursi a persone sciolte da qualunque vincolo di soggezione signorile, o non ancora cadute nella rete dei grossi proprietari, se non a partire dal secolo IX .
In proposito, si tenga conto che il casale di Camarda, nella contea di Montescaglioso, nelle citazioni documentali viene indicato, appunto come ‘casale’, alla stregua, né più né meno, degli altri casali (ad es.: 1309 – 5 janvier. Ordonnance de Charles II d’Angjou accordant à Bertrand de Baux III de Berre en sus des pensions à lui données récompense de ses services et de ceux de ses ancétres, le comté de Montescaglioso dans la Basilicate, comprenant Montecaveoso, Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco et Montepeloso qui avaient appartenus à son fils Pierre, auquel il donna d’autres terres en èchange. Cette donation en fief du Comté comprend tous les droits, revenus, Juridictions e dépendances; … omissis … Donné à Naples - Reg. ang. 185, f° 205. – G. arch. de Naples.)  
Se ne può concludere, per quanto mi riguarda, che non è da porsi, per il casale di Camarda, il problema, successivamente sorto ed usato nell’arcinota e plurisecolare causa intervenuta tra Montescaglioso e Bernalda, relativo allo ‘jus filiationis’ di quest’ultima, se non a fronte di una rivisitazione critica dei documenti originali esibiti in giudizio dalle parti.
Dirimente, in verità, su quest’ultima vicenda, ma anche sulla qui presunta ‘civicità’ di Camarda, è l’esame della natura giuridica del Feudo:

DELLA NATURA GIURIDICA DEL FEUDO DI CAMARDA
FEUDO TITOLATO/NOBILE O RUSTICO/IGNOBILIS?
“I feudi venivano distinti in titolati o di dignità e in non titolati. Nei titolati si riteneva che il titolo fosse loro inerente, e quindi passasse col possesso. I non titolati si chiamavano anche ignobili o burgensi.
Il feudo titolato, anche se fosse passato ad un uomo rustico, rimaneva nobile, e viceversa il feudo rustico rimaneva tale anche se fosse passato ad un nobile. Inoltre un uomo rustico se avesse comprato un feudo nobile non diventava nobile, essendo opinione comune che generositas et virtus pecuniis comparari non possunt. Se invece un nobile non titolato acquistava un feudo titolato, poteva prenderne il titolo”.
Ciò premesso, e contrariamente a quanto asserito dal P. Serafino Tansi nella sua Historia Cronologica dell’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso, è provato da più documenti che i feudatari di Camarda nell’XI e XII secolo si titolavano appunto “di Camarda”. E’ questo il caso, ad esempio, di Guaimario e di Riccardo (dei quali parleremo più avanti), i quali, nei documenti noti, se pur scarsi, sempre si titolano “di Camarda” e ciò non sarebbe stato possibile e giuridicamente corretto se essi stessi non fossero stati nobili e soprattutto se Camarda non fosse stato un feudo titolato ovvero nobile.
Vero è che il Tansi, qualificando quale ‘ignobilis’ il ‘pagus’ di Camarda non intendeva assegnargli il significato spregiativo dell’aggettivo corrente ignobile, ma ne sottolineava la qualità giuridica, conveniente agli interessi dell’epoca dell’Abbazia di Montescaglioso, di mero feudo rustico.

SULL’ANTICHITA’ DI CAMARDA
PERIODO MAGNOGRECO
Sull’antichità del casale di Camarda, precedentemente all’XI secolo d.C., si possono fare solamente ipotesi e congetture, mancando ad oggi qualsiasi fonte o prova documentale, salvo sporadici ritrovamenti nel tempo di qualche tomba e/o coccio del periodo magnogreco, riferibili più che altro alla presenza di una qualche fattoria o casa colonica.
Ad ogni buon conto, Il dotto Reverendo Teodoro Ricciardi  contestualizza l’esistenza, quantomeno del nome della contrada, al periodo dell’esistenza della Metaponto magnogreca. Se ne trascrivono di seguito le sue parole e considerazioni: “Di questa distrutta città (Camarda), distante cinque miglia da Metaponto, e circa un miglio da Bernalda, che l’è succeduta, veggonsi gli avanzi nel sito detto S. Donato, consistenti in frantumi e rottami di antichi edificii, oltre de’ sepolcri, vasi, e monete, che vi si rinvengono. Della medesima ne fa nuda menzione l’Antonini, né molto si è potuto saperne da quei naturali. Giusta la loro tradizione pare, che Camarda abbia continuato ad esistere sino al 1500, nel quale tempo, da un tale Conte Bernaudo, col materiale della medesima, già male ridotta, fu fondata l’odierna Bernalda, così detta dal di lui proprio nome, e nel quale passarono i cittadini di Camarda. Di questa città per altro si fa spesso menzione nella Cronaca de’ PP. Benedettini che stavano in Montescaglioso, e nelle carte di controversie tra i detti Padri e ‘l Comune di Pomarico. Ma oltracciò il suo nome tutto greco ci dimostra abbastanza la sua antichità; su di che fa osservare il Corcia, a proposito di altro Villaggio omonimo a due miglia da Paganico nell’aquilano, doversi credere per entrambe il nome di Camardia derivato dal dorico … terra adatta all’arazione (aratura), considerandosi la lettera μ come epentetica, ed intromessa per eufonia”.
Dopodiché, il Ricciardi inserisce Camarda nella regione metapontina assieme al Picoco, a Castro Cicurio, ad Obelano (Uggiano/Ferrandina), Grottole e Milonia.
Vero è che, di qualche tomba, di qualche coccio e di qualche moneta si ha vaga notizia.
Più interessante, al riguardo, il ritrovamento nel 1935 a Bernalda di un ripostiglio con 19 stateri d’argento di Eraclea (purtroppo, non è indicato il punto preciso del ritrovamento)  Si riporta in nota  un estratto della relazione del Prof. Giuseppe Sarcinelli, in quanto utile ad alcune ipotesi che saranno svolte di seguito.
Nulla, per finire, che autorizzi a qualificare il sito di Bernalda quale centro abitato di qualche rilevanza nel periodo in esame, salvo che, ma la cosa sembra alquanto scontata, che qui fosse certamente ubicata una qualche fattoria.
Molto interessante, per altro verso, e degna di approfondimento è l’ipotesi formulata dal Prof. Stefano Panunzi circa la possibilità di una preesistenza archeologica di epoca magnogreca soggiacente al centro storico di Bernalda di cui si trascrive integralmente quanto postato dal medesimo in internet:
“ Questa forma soggiacente al tessuto del centro storico di Bernalda rivela una preesistenza archeologica non ancora studiata. Questa ellisse ricorda verosimilmente i criteri astronomici di scuola Pitagorica utilizzati per orientare le costruzioni sacre nella Magna Grecia (vd. studi su Pompei di Francesco Vitale). Esistono già studi approfonditi sull'origine greca della città (Camarda). Una prima serie di studi metrici e topologici di questa ellisse sono stati iniziati nel 2006 da parte del Prof. Arch. Stefano Panunzi (Facoltà di Ingegneria - Università del Molise) LINK http://www.wikimapia.org/#lat=40.405327&lon=16.686752&z=17&l=4&m=a&v=2&search=ellisse  ”
Vero è che toponimi a radice ‘cam’ - ‘cama’, quali ‘Camere’, ‘Camerina’, ecc., sono presenti nell’epoca in questione.
Si aggiunge che anni fa il Maestro Tonino Salfi mi parlò genericamente di tombe del periodo venute fuori a seguito di lavori di ripavimentazione all’interno di alcuni immobili del centro storico.
Per di più, nel secolo scorso, correva voce (mai confermata) che un certo signore, in prossimità del castello, avesse rinvenuto un piccolo tesoretto di monete magnogreche. Chissà… magari oggi i suoi nipoti e pronipoti potrebbero confermare o smentire.
E’ certo, infine, che io stesso (avevo sei anni ed ero in prima elementare), assieme ad un mio cugino ed un altro amichetto, nel mentre si giocava nel fosso immediatamente a ridosso della scuola elementare di via Marconi, rinvenimmo una sfera di pietra arenaria del diametro di circa 25/30 cm, fittamente incisa con scritte indecifrabili (che oggi definirei greco arcaico) ed ornata con figure stilizzate di guerrieri con tanto di elmi, lance e spade. Purtroppo, la riseppellimmo e, nonostante da adulto sia tornato più volte sul luogo, non l’ho più ritrovata. Di talché, del fatto, non rimane che il mio ricordo e la mia testimonianza.
P.S.: Nulla più che semplice curiosità, allo stato attuale:
- La Chiesa Madre ed il Castello di Bernalda, come è facile verificare, si trovano esattamente a metà strada, in linea d’aria, sul segmento che unisce in linea retta le Tavole Palatine con la piazza principale di Pisticci e precisamente con lo stabile adibito a Sala consiliare ed Ufficio del Giudice di Pace (ex convento dei Padri Riformati e chiesa di S. Antonio) .
- Il centro storico di Bernalda ed il sito archeologico di Cozzo presepe, si trovano alla stessa distanza dalle Tavole Palatine e curiosamente il primo domina la valle del Basento ed il secondo la valle del bradano .

PERIODO ROMANO E TARDO IMPERIALE
Premetto che non esiste, a mia saputa, alcuna evidenza di un qualsiasi documento o rinvenimento archeologico che possa rinviare ad una presenza di Camarda nel periodo in questione.
Tuttavia, nel caso si opti per la presenza in loco di un insediamento nel precedente periodo magnogreco, non deve necessariamente escludersi una qualche forma di continuità abitativa anche nel periodo dell’assoggettamento del territorio ex magnogreco all’imperio di Roma.
Certamente qui occorre lavorare molto di fantasia , ma cercheremo di farlo ricercando ed esaminando spunti o indizi di un qualche valore documentale, con riferimento però all’intero territorio di Bernalda e dell’attuale Metaponto, tenuto conto, ovviamente, del senso e della finalità di questo scritto.
Parto dall’emblema del Toro: Come precedentemente detto, non è chiara l’origine dello stesso. Infatti, solamente per via ipotetica, l’emblema in questione può farsi risalire al periodo bizantino o ad altri. Ma il Toro era emblema utilizzato da tempi immemori sia da città (vedasi, ad esempio, la monetizzazione delle città magnogreche ed in particolare di Turio), sia da tribù italiche (primavere sacre di gruppi tribali sanniti, ma non solo) sia da famiglie nobili. A questo proposito, non può affermarsi, ma nemmeno escludersi con certezza, un qualche legame con la famiglia imperiale dei Giulio-Claudii (i primi cinque imperatori romani), compreso il precursore Caio Giulio Cesare, il cui emblema era appunto rappresentato dal Toro, animale sacro alla dea Venere , impresso sugli scudi di tutte le loro legioni (quali la VI Victrix –  la X Gemina – la IX Hispana – l’VIII Augusta -  la IV e e la V Macedonica – la VII Claudia – la III Gallica) e che l’imperatore Augusto  con tutta probabilità volle o confermò come emblema della città di Torino  da lui rifondata/ampliata nel 28 a.C. col nome di Julia Augusta Taurinorum sul luogo dove Giulio Cesare nel 58 a.C. aveva già insediato un presidio militare che poi, nel 44 a.C. , aveva preso il nome di Julia Taurinorum. Dinastia Giulio-Claudia che certamente, come altri patrizi romani, possedeva latifondi anche nel meridione d’Italia e, in senso lato, da queste parti.
Elementi di riflessione , relativamente al territorio, li fornisce la famosa Tabula Peutingeriana, sulla quale si sono riversati fiumi di erudite ed interessanti speculazioni. In verità, tale documento, apparentemente di uso militare, secondo le più accreditate ipotesi, consiste in una copia del XIII secolo di una più antica carta del periodo tardo imperiale romano che sembrerebbe essere stata integrata ed ampliata nel corso dei secoli parallelamente all’espandersi dei domini di Roma. Di talché, in essa si trovano situazioni e collocazioni non sempre compatibili con le conoscenze storiche e geografiche rivenienti da altre fonti; per di più rese secondo misure diverse ed in generale da interpretare di caso in caso (quali, ad esempio, miglia, leghe, parasanghe), in accordo con le rivenienze archeologiche.
Per quanto mi riguarda, tale documento, ove sia dimostrato che fosse la copia di uno più antico e non invece redatto ex novo sulla base di altri noti itinerari ed antichi testi geografici (non sempre ben interpretati ed anch’essi non del tutto scevri da manipolazioni postume), sicuramente deve esser stato emendato e/o restaurato ovvero integrato in molte parti probabilmente già rovinate dall’usura del tempo, con l’aggiunta, nelle parti guaste, di toponimi interi o parzialmente corretti, secondo le conoscenze di geografia all’epoca note e sostanzialmente mai più messe in discussione (vedasi, ad esempio, l’innaturale ed impossibile ubicazione dei siti di Pontentia ed Anxia ovvero i siti identificati come le attuali Potenza ed Anzi lungo la direttrice Venusia – Tarento).
Di essa Tabula, in questo scritto, limitiamo l’analisi critica al solo tratto stradale che va da Taranto alla località sulla stessa indicata come Turis (l’attuale Sibari).
 
Come leggere/interpretare il documento nella parte in esame:
1)    Innanzitutto, si nota come i toponimi sono declinati con l’ablativo semplice (con l’ablativo semplice in latino erano indicate le città, le piccole isole ed i luoghi in generale).
2)    Lungo il tratto Tarento-Turis risultano riportate solamente tre ‘statio’: Turiostu, Heraclea, e Semnum (o Semnu).
3)    Si nota, poi, come (apparentemente)  non risulta segnata la distanza che intercorre tra Tarento e Turiostu. La qual cosa può interpretarsi in tre modi:
a)    la distanza, per un qualsiasi motivo, è semplicemente omessa;
a-1) Turiostu è una località a ridosso di Taranto; ovvero,
b) nel caso della direttrice oggetto di questo approfondimento le distanze sono segnate di seguito alle località e non tra di esse;
c) la distanza, nel caso della direttrice in parola, è indicata con il numero (di miglia o leghe) posposto al secondo toponimo (che può indicare una città, una ‘statio’ o semplicemente un luogo) e non inframezzato tra i toponimi stessi.
Orbene, nel caso di cui al punto a), convertendo le miglia in chilometri, si avrebbe che la distanza tra Turiostu (ponendo Turiosto nei pressi dell’attuale Metaponto) ed Heraclea corrisponderebbe a circa 37 chilometri , laddove, invece, la distanza tra Metaponto e Policoro è di circa 24 km e tra le Tavole Palatine e Policoro è inferiore ai 28 chilometri.
Si dovrebbe, pertanto, aprioristicamente escludere, tra Metaponto ed Eraclea, un collegamento costiero (oltretutto da più fonti documentato)  più o meno sovrapponibile all’attuale S.S. 106 Jonica, a favore di un itinerario pedemontano o meglio inter-collinare, che sicuramente cozza con la natura e le finalità stesse della Tabula, il cui uso essenzialmente di tipo militare non poteva che mirare alla velocizzazione dello spostamento delle legioni, nel quadro dell’efficientamento degli spostamenti finalizzati alla rapidità degli interventi. In più, si dovrebbe scartare l’ipotesi che nel tratto in questione le distanze fossero state indicate in leghe .
Nel caso di cui al punto a-1), ovvero ove si ipotizzi una Turiostu a ridosso di Tarento, la Tabula indicherebbe una distanza tra Taranto e Policoro di appena 37 chilometri, ove ivi espressa in miglia, e di 55,5 chilometri se espressa in leghe, laddove si dovrebbe aggirare lungo l’itinerario costiero attorno ai 70 chilometri.
Nei casi, invece, di cui ai punti b) e c), secondo la mia tesi, ci si deve riferire, per la corretta interpretazione dell’itinerario, all’indicazione delle distanze come posposte ai toponimi ed all’utilizzo della lega romana come unità di misura.
Vediamo perché:
E’ acclarato che, già dal medioevo, con riferimento al toponimo di ‘Turiostu’, chiaro vocabolo composto, veniva indicata la località di ‘Turris Maris’ ovverosia della Torre a Mare o Torremare (attuale Metaponto) a noi nota attraverso le pergamene di XI e XII secolo di Matera e del monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso . A me pare evidente, tuttavia, che il toponimo non può che derivare da una traduzione ‘forzata’ del toponimo latino ‘Turiostu’. Forzata, in quanto non mi sembra chiaro come dalla radice toponomastica di ‘Tur - Turi’, probabile, a sua volta, latinizzazione (dal greco) di ‘Thurii’, si possa arrivare a ‘Turris’ mediante il raddoppio della consonante ‘r’.
Non che sia impossibile , ma sembrerebbe, nella fattispecie, piuttosto trattarsi di un caso di paretimologia di epoca altomedievale dovuta alla mera assonanza del sostantivo ‘Turris’ con il primo dei due nomi/sostantivi componenti il toponimo ‘Turi-ostu’, in relazione alla presenza nell’odierna Metaponto (località Torremare) di una torre (forse già del periodo bizantino-longobardo-arabo con funzione di controllo del porto), primo nucleo edificato del successivo castello normanno svevo. Presenza/luogo che veniva identificato, essendosi perso nel tempo o semplicemente non più riconoscendosi il nome classico autentico della città ivi esistente, con quello documentato dalla Tabula di, appunto, Turiostu.
Ma torniamo alla Tabula ed alle distanze e cerchiamo, in primo luogo, di capire l’unità di misura sottintesa ai numeri romani ivi segnati:
La distanza tra Taranto e la ‘statio’ di Turiostu indicata col numero XXV, come precedentemente detto, ove espressa in miglia romane, corrisponderebbe a 37 km e la detta ‘stazio’ si dovrebbe collocare, lungo la direttrice costiera, all’incirca in corrispondenza di Chiatona . Ovviamente, una tale ubicazione della stazio è senz’altro da escludere.
 
Se invece espressa in leghe romane segnerebbe una distanza di 55,5 km con la conseguenza che Turiostu ricadrebbe all’incirca in prossimità di Ginosa Marina, a ridosso di contrada Marinella e conseguentemente dell’antico alveo e foce del fiume Bradano -  e con ogni probabilità presso il sito di Torre Mattoni.
 
Pertanto, ma soprattutto per i motivi che in appresso vedremo, a mio giudizio, l’unità di misura che ricerchiamo è la lega (leuga) romana (1 lega = 2, 22 km) .
Sulla Tabula, secondo il criterio di lettura proposto, la distanza intercorrente tra la statio di ‘Turiosto’ ed Heraclea è di IIII leghe romane, pari a 8,88 km, che è circa la distanza che da contrada Marinella (sponda sinistra dell’antica foce del Bradano) intercorre, secondo un ipotetico percorso pedonale, al Parco Archeologico di Metaponto. In definitiva, l’Heraclea della Tabula Peutingeriana non è altro che il sito dell’antica città portuale  greca oggi individuata come Metaponto, ma che, almeno in epoca tardo imperiale, era indicata dai romani col nome Heraclea.
 
A questo punto, continuando lungo il percorso della Tabula, incontriamo la successiva ‘statio’ di ‘Semnum’ (generalmente identificata con qualcosa a ridosso dell’attuale fiume Sinni, se non con lo stesso).
Peraltro, secondo la lettura qui proposta, tra Heraclea e Semnum, non sarebbe indicata la distanza e ciò costituirebbe un grave vulnus all’ipotesi formulata.
Tuttavia, da un più attento esame critico, emerge che il toponimo Semnum, per quanto a mia conoscenza, non esiste nella letteratura storiografica e geografica classica e nemmeno è rintracciabile nei vocabolari come sostantivo o aggettivo. Pertanto, si deve necessariamente postulare che ‘Semnum’ non è altro che una delle correzioni/integrazioni apportate in sede di restauro del documento originale  (con l’erronea interpretazione/sostituzione del numero romano IIII con la lettera m). Così procedendo si ha la più coerente lettura di ‘Semnu III’.
Lettura più coerente poiché, in questo caso, si avrebbe un toponimo corrispondente ad un sostantivo noto (semnion, ii – II decl. latina) , oltretutto di chiara derivazione greca, reso (in forma tardo latina o dialettale) con l’ablativo semplice di IV decl., sicuramente parte di un nome composto (alla stregua di ‘Turi-ostu’ ), ma soprattutto corrispondente all’aggettivo greco ‘σεμνός’ (‘semnos’: sacro, santo, venerabile, augusto) declinato in forma latinizzata tarda (o dialettale o semplicemente per errore) con l’ablativo semplice, in accordo con un sostantivo di quarta declinazione indicativo di luogo (solamente per es.: ‘domu/o-semnu’ per ‘dimora sacra’).
Bene: col solito ausilio visivo-cartografico già utilizzato, il segmento Heraclea – Semnu III (3 leghe = 6,66 km) ci porta dritti a masseria Cardillo; ovvero nei pressi (appena 800 metri in line d’aria) dell’area archeologica (VII - IV sec. a.C.) di San Biagio all’Avenella (chiesetta medievale dedicata a San Biagio: chiaro esempio di sincretismo religioso di epoca ‘almeno’ altomedievale), ove, al tempo, secondo il noto epinicio XI di Bacchilide, insisteva, presso il Basento un ‘bosco sacro’ dedicato alla dea Artemide Hemera e dove pure era oggetto di culto suo padre Zeus con l’epiteto di Aglaòs .
Masseria Cardillo, si aggiunge, distante, lungo l’odierno percorso stradale, all’incirca tre chilometri dalla masseria fortificata di S. Angelo Vecchio, già grancìa del monastero benedettino di San Michele Arcangelo di Montescaglioso.
In un’area, quindi, connotata da una persistente e ultrasecolare caratterizzazione religiosa , cui richiama il toponimo (a mio parere, come detto, monco) ‘Semnu’. La cui importanza, tuttavia, dal punto di vista di controllo del territorio derivava dall’essere a ‘guardia’ del guado sul fiume Basento (Kasas per gli antichi greci e Casuento per i romani), meglio conosciuto come ‘scafa di Sant’Angelo’.
In proposito, si tenga presente la posizione strategica della zona di Masseria Cardillo (nel cui ambito vado a collocare la ‘statio’ di ‘Semnu’) riviene dal fatto che proprio lì, tra la stessa Masseria e la contrada denominata Pizzìca, è il punto di convergenza (ovviamente, al fine dell’attraversamento in ambo le direzioni di marcia, verso e dalla Calabria, del Basento in prossimità della ‘scafa  di Sant’Angelo’) delle strade provenienti dalla Puglia: dal Tarantino, dal Barese, dalla Capitanata, oltre che, secondo la presente ipotesi, dal luogo indicato nella Tabula come Heraclea).
 
 
Per completare, ora, l’analisi della direttrice peutingeriana ‘Tarento – Turis’, non resta che, sempre secondo l’interpretazione di lettura qui proposta, non resta che verificare, col solito criterio, se il percorso pedo-ciclabile intercorrente tra il fiume Basento e l’attuale Sibari corrisponde ‘grossomodo’ alla distanza di XXXV  leughe (77,7 km) segnato nel documento e la risposta è affermativa:
 
Google Maps, infatti, ci restituisce una distanza pari a 78,7 chilometri, con uno scarto significativo di appena 1 km!
Le conseguenze dell’articolata analisi e della lettura qui proposta dell’antico documento sono certamente importanti:
-    Lungo il percorso tardo imperiale Tarento – Turis sono indicate tre sole località (Turiostu, Heraclea e Semnu), ricadenti a ridosso dei due fiumi Bradano e Basento. E’ chiara la funzione strategica delle ‘statio’ (e del territorio), poste a controllo dei guadi più prossimi alla costa e dell’unico porto (o comunque più importante, dal punto di vista commerciale, in quanto più prossimo alle naturali vie di penetrazione costituite dal sistema vallivo dei fiumi della Basilicata) insistente lungo la costa Jonica calabro-lucana.
-    Sono da ricercarsi e correttamente ubicarsi, negli attuali territori di Montescaglioso, Ginosa, Bernalda e Pisticci almeno tre antichi o quattro antichi centri (Una Metaponto, una Turi, una Cosenza, una Eraclea, una Siri , una Pandosia), tenuto conto del fatto che non necessariamente per ogni toponimo occorre individuare la sede di una diversa cittadina .
-    Non è possibile discostarsi, per quanto riguarda l’ubicazione della statio di ‘Heraclea’ dall’attuale sito del Parco Archeologico Urbano di Metaponto. Oltretutto, a ciò richiama l’attuale denominazione di contrada ‘Sansone’. Toponimo sincretico ripreso dall’eroe biblico dalla forza sovrumana che ha certamente sostituito in epoca cristiana l’antica denominazione di Eraclea (città di Ercole), giusta lo zelo religioso probabilmente dei primi monaci basiliani qui sopraggiunti in periodo altomedievale . A supporto di ciò, concorre la consolidata tradizione storico-letteraria romana della identificazione di Heraclea con Metaponto [Plutarco (I sec.) nel suo Erotikos e il filosofo Claudio Eliano in Varia Historia (II sec.)] . Tuttavia, già nel IV secolo a.C., il filosofo e scienziato Fania di Ereso ambientava la vicenda dell’uccisione del tiranno Archelao da parte di Antileon ed Ipparino ad Eraclea, invece che a Metaponto.
 Per le evidenti implicazioni di ordine storico-geografico e per la necessità (che un ulteriore approfondimento sul tema comporterebbe) di non ampliare a dismisura la lunghezza di questo scritto, di conseguenza anche scantonando dalle sue finalità prevalentemente discorsivo-divulgative, fermo qui ogni ulteriore approfondimento esplicativo e deduttivo cui soggiacerebbe un tale lavoro.
Tuttavia, non posso esimermi dal valutare ed inquadrare nel periodo la questione dell’esistenza o meno di Camarda nel periodo:
Si è detto precedentemente che sono da ricercarsi e correttamente ubicarsi, negli attuali territori di Montescaglioso, Ginosa, Bernalda e Pisticci almeno tre o quattro antichi centri (Una Metaponto, una Turi, una Cosenza, una Eraclea, una Siri, una Pandosia), cui la toponomastica della Tabula Peutingeriana per forza di cose porta e la cui contestualizzazione rinvia a periodi pre-imperiali e finanche magnogreci ed italici, tenuto conto del fatto che non necessariamente per ogni toponimo occorre individuare la sede di una diversa cittadina.
Orbene, in un territorio di una tale importanza strategica ed economica, diventa difficile ipotizzare la totale mancanza di un qualcosa di antropico diversa da un mero utilizzo rurale del pianoro di Bernalda, anche perché, sia pure in chiave solamente ipotetica e deduttiva, non mancano, a ben cercarli, indizi di una qualche consistenza che autorizzano, anche fuor di forme di anacronistico campanilismo, quantomeno la insistenza del dubbio.
Infatti, con riguardo al territorio, la Tabula, così come interpretata, suggerisce la persistenza nel periodo della sua realizzazione di relitti toponomastici di una più antica geografia. Di talché, appare dovuta la ricerca delle predette antiche città negli agri di Ginosa, Montescaglioso, Bernalda  e Pisticci. Aggiungo ora, più nel particolare, che una Turi  andrebbe ricercata e/o collocata nei territori o a sinistra del Bradano (tra il pianoro collinare di San Biagio di Montescaglioso ed il territorio di Marina di Ginosa) o alla sua destra (tra Bernalda e Metaponto), mentre una Siri e (o) una Cosenza va inquadrata tra i territori a sinistra o a destra del Kasas-Casuento-Basento  ovverosia tra i territori di Bernalda, e Pisticci - Marconia .
In quest’ottica, riviene di particolare interesse la già richiamata ipotesi formulata dal Prof. Stefano Panunzi, il cui lavoro di ricerca meriterebbe ogni possibile collaborazione da parte anche delle Istituzioni, circa la possibile soggiacenza all’attuale centro storico di Bernalda di un tessuto cittadino orientato secondo i canoni ippodamei e pitagorici. Né minor interesse suscita il lavoro pure già richiamato del Prof. G. Sarcinelli – V. note precedenti a proposito dei ritrovamenti di ripostigli di monete riferite al conio di Eraclea.
Tralasciando per un attimo Camarda, non posso non sottolineare come, ubicando una ‘Cosenza’ nel territorio compreso tra le attuali Bernalda e Marconia, si deve necessariamente  collocare la città di ‘Pandosia’, l’antica e ‘trivertice’  ‘reggia degli Enotri’, a Pisticci !
In proposito, atteso che ‘difficilmente’ l’archeologia possa restituire un cartello stradale con la scritta ‘Benvenuti a Pandosia’, non mancano di certo prove concrete (tenuto anche conto della cupidigia insensibile di qualche proprietario) della presenza di un ragguardevole insediamento antropico sul posto ‘almeno’ sin dal X sec. a.C., senza contare la presenza del santuario di Santa Maria del Casale, sincreticamente edificato sui resti di quello che certamente era un luogo di culto riferibile (anche questo ‘almeno’) al periodo magnogreco. Né vanno sottovaluti il fatto che Pisticci domina le valli dell’Acalandro (attuale fiume Cavone) , nei cui pressi Alessandro il Molosso trasferì la sede assembleare delle città magnogreche, e del Casuento (Basento) e nemmeno il dato di fatto che Pisticci dista dal Parco Archeologico di Metaponto  della distanza stessa riportata da molti per la distanza intercorrente tra il mare (evidentemente, un porto ovvero Heraclea) e Pandosia e cioè 6 ore di cavallo (circa 25/30 km).

LA GUERRA GOTICO-BIZANTINA,
IL PERIODO LONGOBARDO, GLI ARABI, IL PERIODO BIZANTINO
Deve chiarirsi, innanzitutto, che parlare genericamente di ‘periodo bizantino’, ove si voglia attribuire la fondazione di Camarda a quel periodo, implica una forbice temporale di circa 6 (sei) secoli che va dalla guerra gotica, ovvero dalla riconquista, da parte dei Bizantini dell’Italia, a danno dei Goti, all’avvento dei normanni, con l’inframezzo dell’avvento dei Longobardi e dei Saraceni (Per rendere l’idea, è come dire che, fra mille anni, qualche storico scriverà che Bernalda è stata fondata tra il 1497 ed il 2020!).
E’ questo, in ogni caso, il periodo dello stravolgimento della toponomastica non solamente locale ma, allargandosi lo sguardo alla Lucania (ed, in verità, all’intera Italia meridionale), regionale. Si affermano, infatti, toponimi di etimo greco bizantino (Camarda, ecc.), germanico (in particolare longobardo : Gualdo, Guaudello, Avenula o Avenella , ecc.), religiosi (San Biagio, Sansone, San Donato, ecc.), ma anche giuridico-amministrativi o di altra natura. In Basilicata, con l’avvento del ducato longobardo di Benevento (poi Principati di Benevento e Salerno), molti toponimi di luoghi e contrade e relative devozioni religiose (San Donato Vescovo di Arezzo, San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Cristoforo, ecc.) hanno origine negli insediamenti di genti (Arimanni ) provenienti dall’Italia centrale  ed in modo particolare dalla Toscana.
Ma com’era la Camarda bizantina? Dov’era situata? E, soprattutto, premessa l’estrema difficoltà di reperire documenti o notizie, quali prove, perlomeno indiziarie, si hanno della sua esistenza?
IL TOPONIMO:
Camarda: “il nome accenna a stanziamenti greco-bizantini: ai quali ultimi camardan significò una specie di tenda, a forma arcuata, (Ducange, Gloss. Inf. Lat. ad v. Camaradum) e in misura da contenere molta gente, se argomentiamo dall’italico ‘camerata’ che derivò da quella. - Altra Camarda è presso l’Ofanto, in quel di Melfi, non lungi dal vallone del Catapano: raffronti non dispregevoli di grecismo locale. Altra presso Catanzaro, ove fu pure lungo albergo di genti bizantine. - Altra presso Apricena. - Tutte queste denominazioni indicano ivi stazioni, o acquartieramenti stabili di truppe bizantine”.
Ciò detto, chi scrive, valuta, in considerazione della natura, composizione ed abitudini degli eserciti bizantini, costituiti essenzialmente da mercenari arruolati nelle varie province dell’Impero che si spostavano con il seguito di mogli, figli e beni mobili, che la Camerata o Camarda bizantina sia stata, perlomeno nel corso del X secolo, in massima parte popolata da quelle genti  ed avesse quindi caratteristiche, usi, costumi e lingua precipuamente greco-bizantini.
Altra ipotesi etimologica formulata in un articolo di Antonio Angelini (I mille anni di Camarda)  vede il toponimo ‘Camarda’ come il risultato della fusione del termine di derivazione greco-latina ‘camara’ (significato: ‘volta di un ambiente’, da cui per estensione ‘camera’) con la radice linguistica germanico-longobarda ‘hard’ (significato: duro, coriaceo, solido, ecc.). Di talché, ‘camar-hard’ starebbe ad indicare un ‘luogo dalle volte dure’ ovverosia un luogo caratterizzato da grotte o, aggiungo io, tenendo conto di quanto addotto dal Ducange, un acquartieramento stabile caratterizzato da costruzioni (camerate) in muratura ed a volte. Sia come sia, in ogni caso, questa ipotesi, si integra con la prima e rinvia allo stesso periodo altomedievale.
L’abitato, che certamente disponeva di un centro fortificato, era sicuramente ubicato lì dove era necessario che fosse, e cioè, in ragione della natura (eminentemente militare) stessa della cittadella bizantina, nei pressi della rocca (l’attuale castello) , in posizione forte e dominante sulla valle del Basento, a guardia della stessa e principalmente dei primi due punti di passaggio, a partire dalla costa, sul fiume omonimo: quello noto col nome di “scafa di Sant’Angelo” e quello, importantissimo all’epoca, in prossimità di “Torre Accio”, dove sorgeva un ponte in muratura , il quale nel medioevo era il primo che attraversasse il Basento in prossimità della linea costiera (L’importanza strategica era appunto questa: gli eserciti che nei secoli hanno percorso queste contrade diretti o provenienti dalla Calabria, da o verso la Puglia, ove non fossero stati in grado o non avessero avuto il tempo,  di costruirsi da se dei celeri e sicuri punti di attraversamento del fiume (è evidente che non si possono traghettare migliaia di soldati, pochi per volta, con una o anche più scafe (zattere), da una sponda all’altra di un fiume senza esporre l’esercito a improvvisi e micidiali attacchi nemici!) erano costretti all’attraversamento del Basento per mezzo del ponte più vicino alla linea di costa e quindi in località “Torre Accio”, sulla strada che poi  proseguiva per il Castello di S. Basilio, per Policoro, ecc...).
E’ questo il caso della battaglia combattuta tra l’Imperatore Ottone II e le forze congiunte Bizantino-Arabe nell’anno 982 d.C.
Da questa battaglia, Ottone II ne uscì malamente sconfitto e si salvò salendo su una piccola barca (scapham ) e, a bordo di questa, raggiungendo la costa, dove peraltro cadde in mano di pirati di lingua greca.
Come al solito, molti riportano l’episodio in Calabria, tuttavia senza ragione plausibile, come dimostrato dal Giustiniani e dall’Antonini (anche richiamando quanto perentoriamente affermato dal Quattromani nelle note al De antiquitate et situ Calabriae del Barrio ) e da altri.
La battaglia dovette ragionevolmente svolgersi all’altezza o a monte della scafa di Sant’Angelo: nei pressi della collina di Camarda o, con maggiore probabilità, nell’attuale territorio di Marconia di Pisticci, tra Tinchi, Casinello ed il castello di San Basilio, atteso che per Ottone II non avrebbe avuto senso fuggire in barca sul fiume per poi tornare nei pressi del luogo della battaglia, se questa si fosse combattuta a valle della scafa. In ogni caso, secondo il Barrio, la battaglia si combattè ‘apud basentum  amnem juxta Consentia ’, ma secondo altri Autori  ‘apud Basentellum’; il qual toponimo richiama l’esistenza di un casale di tal nome a ridosso del fiume e nel qual caso il toponimo potrebbe suonare come ‘la piccola Cosenza’.
Non deve trarre in inganno, tornando al tema, a proposito dell’ubicazione di Camerata-Camarda, la tradizione secondo cui l’abitato sorgesse in località S. Donato: questa contrada, infatti, ha conservato sempre i connotati di zona rurale e il fatto che ivi certamente siano state allocate, nei secoli, una o più fattorie, a cui certamente si riferiscono alcuni scarsi ruderi e ai cui abitatori (di epoche diverse) ineriscono alcune tombe ed altri pochi reperti archeologici, o il fatto che sul posto possa, per qualche tempo, aver trovato scampo e precaria dimora, anche per la vicinanza dei pozzi di “Torrone”, parte della popolazione di Camarda sopravvissuta, come appresso vedremo, ad eventi guerreschi e naturali (tra i quali probabilmente il terremoto del 1466), ovvero, ancora, che ivi possa aver trovato alloggio, sempre per la comodità dei pozzi, parte della truppa bizantina , o meglio del suo seguito, di stanza a Camarda, non forniscono prova né supportano esaustivamente una tesi usata, anche maliziosamente, dagli stessi Difensori dell’Università di Bernalda nei vari contenziosi sostenuti contro l’Università (Comune) e l’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso.
FONTI di RICERCA (alcune):
Per lo scrivente, la prima e più antica citazione, circa una località a nome Camerata, è riportata, per la verità in modo critico, dal P. D. Alessandro Di Meo, che, riprendendo a sua volta una notizia tramandata da Francesco Lombardi nelle “Notizie di Molfetta”, all’a.C. 988, nella sua monumentale e ineguagliata Opera  testualmente ha scritto: <<Aggiugne l’Annalista Salernitano, che in quest’anno “Cosenza fu presa da’ Saraceni, e l’Oppido Monte Piloso  (Irsina) restò quasi tutto bruciato: ma il Principe Giovanni subito lo rifece, e poselo in istato miglior di prima”. Adunque Monte Piloso era in Principato di Salerno. In quest’anno essere stata presa Cosenza, lo dice ancora Romoaldo Salernitano. Scrive Lupo Protospata. An.988. Ind. I. Depopulaverunt Saraceni Vicos Barenses, e viros, ac mulieres in Siciliam captivos duxerunt. Francesco Lombardi nelle notizie di Molfetta, senza altri testimonj, nota, che in quest’anno restarono da’ Saraceni desolati i paesi Rivella, vicino Molfetta, Morigine, S. Ismo nella via, che va a Quarata ; e poi più tardi furon desolati Torre Villotta, o Villola nella via di Terlizzo, S. Leucio in Deserto in pertinenza di Molfetta, nella via che va a Bitonto; S. Quirico nella strada di Ruvo, Urassano  nella via di Bitonto, Sagina, S. Stefano, S. Andrea, Cirignano, Zappino, Giano, Priragnano, S. Nicola, e Salandra in territorio di Bisceglia: e nelle parti di Conversano Castellone , Frassineto, Cimenia, Casabolo, Barsenta, Giamorra, Sessano, e Agnano. Vicino Acquaviva Ventacero, e in pertinenza di Bari Camerata (cioè: Camarda) , Balsignano, Butorrito , Casabattula, e Casalnuovo. Ma per questi tempi almeno molti di tali Paesi non ebbero esistenza, che nella fantasia di alcuni. ... >>.
Come si vede, il Di Meo è alquanto scettico sulla notizia tramandata dal Lombardi, ma, forse, una volta tanto non approfondisce da par suo, traendo la convinzione semplicemente dal fatto che dal Lombardi sarebbero citati paesi all’epoca suppostamente non esistenti. Egli stesso, tuttavia, non supporta però in alcun modo la propria affermazione.
Al contrario, la notizia, pur non tenendo conto delle località citate e dubbie, coincide e si inquadra perfettamente nel contesto di avvenimenti descritti da altri Cronisti e anzi fornisce, analizzata non disgiuntamente da questi, una ragionevole lettura dei fatti guerreschi del periodo, nonché spunti per ulteriori analisi e approfondimenti intorno ad alcune questioni, quali ad esempio l’organizzazione amministrativa del Tema d’Italia ed i suoi confini a ridosso della Basilicata sud-orientale, a ridosso dell’affaccio sullo Jonio  ovvero del territorio ricompreso nella ‘terra di Bari’, il cui confine con la Basilicata correva ‘grossomodo’ lungo il corso del fiume Bradano e/o sul crinale collinoso che divide la stessa valle del Bradano da quella del Basento .
Si sa, infatti, che, circa il 985, e dopo la stasi del 982 , riprende una vigorosa, impegnativa e duratura offensiva saracena nel meridione d’Italia, che segue quella intrapresa circa venti anni prima e che durerà praticamente fino all’avvento dei Normanni, finalizzata alla conquista e al controllo della Calabria (I Saraceni, partendo sempre dalle coste, sia jonica che tirrenica, attaccano ed acquistano, in sequenza, Reggio (985), Catanzaro (986), Cosenza (988), ecc.);
La strategia è la stessa: l’offensiva viene integrata e protetta a Nord da una formidabile ed intelligente manovra a tenaglia, intesa a isolare la Calabria stessa, impedendo l’arrivo di rinforzi e rifornimenti e, quindi, tenendo lontano da questo principale obiettivo e campo d’azione il grosso degli eserciti avversari (Quello longobardo a Nord-Ovest e quello bizantino a Nord-Est), che difatti vengono impegnati quasi sempre fuori regione, in Campania, Basilicata e nella Puglia.
La manovra saracena si sviluppa su due direttrici di attacco convergenti verso il cuore della Basilicata, a Nord del massiccio del Pollino, autentica fortezza naturale a difesa della regione calabra, utilizzando le valli fluviali (nel metapontino, in particolare, le valli del Sinni dell’Agri, del Cavone e del Basento, naturalmente orientate nella direzione sud-est <--> nord-ovest) e su una terza direttrice di attacco che, partendo sempre dai litorali del metapontino, punta a nord verso la regione barese i porti adriatici pugliesi e la stessa Bari.
La prima direttrice vede come luogo di sbarco la costa del golfo di Policastro con penetrazione nel Principato di Salerno in direzione Nord-Est, verso Rivello e Planula (poi Castel Saraceno);
La seconda direttrice, invece, prevede lo sbarco sulla costa ionica della Basilicata, dove, già dal 976, i Saraceni disponevano di alcune basi, e la conseguente penetrazione, lungo le valli del Sinni, dell’Agri, del Cavone, del Basento e del Bradano, in direzione Nord-Ovest; la riuscita di questa manovra a tenaglia è tesa ad assicurare, come detto, il controllo del massiccio del Pollino e di conseguenza il controllo assoluto di tutte le vie terrestri di accesso alla Calabria.
Per quanto riguarda la terza direttrice di attacco (direzione Nord Nord-Est, verso la Puglia), nella valle del Bradano la situazione rimane particolarmente movimentata: lungo il corso del fiume e del suo affluente Basentello, oltre la linea ideale Matera-Tricarico , corre, all’incirca, il confine fra il territorio bizantino e quello del Principato di Salerno. Qui, i Saraceni tengono a lungo impegnati i Salernitani [a Gravina (nel 976), a Venosa (dal 985), a Matera (994), a Montescaglioso (1003), a Monte Piloso (1010), ecc.] e da qui impegnano, sulla murgia Materana, anche l’esercito bizantino, che, fin dal 982, con certezza, sanno di non essere in grado di affrontarli in campo aperto ; esercito bizantino che si ritira a difesa delle maggiori roccaforti lasciando loro campo libero fino alle porte di Bari (988 - 1002).
Ma torniamo a Camerata/Camarda, che, ovviamente, insieme ad Apio, Urassano, Salandra, ecc., non poteva non essere interessata dai predetti avvenimenti: essa era dunque, al tempo, così come tramanda il Lombardi nel suo coerente, se pur non comprovato, racconto, in “pertinenza di Bari”;  
Di questa cittadina greco-bizantina e dei suoi costumi, i camardesi-bernaldesi del XVI secolo dovevano certamente conservare orgogliosa memoria, se deposero all’ingresso della loro Camarda-Bernauda, in corrispondenza della Porta Nord , la seguente iscrizione:

“O amico passegger fin qui arrivaste,
Bionda Camarda greca e festeggiante,
Trovi, se il passo affretti e vai più innante ,
Le mura di mia madre infrante e guaste”
            
   Laddove, appunto, le mura infrante e guaste sono quelle della vecchia Camarda bizantina o, secondo le ipotesi del Ricciardi e del Prof. Panunzi, di un qualche dimenticato, sconosciuto e rovinato centro magnogreco (non certamente quelle della distante Metaponto attuale). A tal proposito, un chiaro indizio ci riviene dalla visita pastorale dell’Arcivescovo di Matera Giovanni Michele Saraceno (o Saraceni) , che a proposito di alcune chiese di Bernalda le aggettiva come ‘ruinate’, ancora nel 1544.

IL PERIODO NORMANNO-SVEVO, l’ANGIOINO e l’ARAGONESE
Le prime notizie, però, rinvenibili da documenti scritti, circa l’esistenza di una Camarda, casale della Contea di Montescaglioso, risalgono alla seconda metà dell’XI sec.; si legge, infatti, sulle pergamene di Castellaneta, di un tale “Guaimario della Camarda”, signore del luogo, nel 1099 .
Sempre dalle pergamene di Castellaneta , si hanno due documenti (sec. XI, anni 1095 e 1100) in cui il predetto Guaimario di Camarda compare come ‘primo testimone’ nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco  a favore di alcuni monasteri benedettini .
Ancora, Camarda, feudo è citata nel “Catalogum Baronum” , redatto nel corso del XII secolo, in cui compare come detentore feudatario del luogo un certo Riccardo di Camarda (“Riccardus de Camarda, sicut dixit, tenet Camardam, & Ferraczanum , quod est feudum II. militum. & cum augmento obtulit milites IV”). Questo Riccardo di Camarda detiene anche “Ingurgum” (cioè Gorgoglione), feudo questo di un milite e, con aumento, di due militi.
Nel 1270 Camarda era tenuta dal nobile francese Hugues d’Erard (Eraldi, Erail), castellano di Monte Sant’Angelo, infeudato da Carlo I d’Angiò a seguito della conquista del Regno (1266) . Negli ultimi decenni del 1300, poi, dal ‘Volume della Regia Zecca’ di Napoli  si ha che Camarda era direttamente “tenuta e posseduta” in feudo dal conte di Montescaglioso Giovanni di Montfort  (“né qualsiasi altro Conte, Barone o feudatario possedeva diritti di alcun genere sul luogo”):
    
Fra le “Pergamene di Matera”  ve ne sono alcune che la riguardano; tra queste ultime, una, datata 12 giugno 1320, ha per oggetto la vendita di una casa.
Il casale di Camarda è anche citato in altri documenti del XII secolo  e del sec. XIII .
Nelle tassazioni focatiche del 1277 e del 1320, il Casale compare gravato del peso, rispettivamente, di 76 e 69 fuochi .
Da quanto sopra succintamente esposto, è certo potersi senza indugio concludere di trovarsi, comunque, di fronte a una presenza, storicamente documentata, del Casale di Camarda, insoluta nella continuità, dall’XI al XIV sec., all’inizio del quale (precisamente all’anno 1306), come è tramandato dal Tansi (op. cit.), il Casale in questione si presentava distrutto e disabitato, a seguito di un precedente evento bellico.
Distrutto, forse, ma anche disabitato?
Il dubbio è lecito e di non secondaria importanza per le tesi che qui si vanno esponendo.
La storiografia locale, che per la vicenda si rifà al Tansi, dà per scontata tale dubbia asserzione unitamente a quella della ricostruzione del Casale in un sito diverso e a distanza di quasi due secoli (come si narra, circa il 1470, per opera di Pirro Del Balzo). Tuttavia dette asserzioni, per la loro chiara finalità giudiziaria, sono decisamente da confutare (non solo a causa della scontata ed interessata partigianeria del Tansi (si rammenti che il Tansi ha il sicuro interesse di tutelare gli interessi dell’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso nei confronti delle rivendicazioni di varie Università, tra le quali quelle di Camarda/Bernalda).
Sappiamo, infatti, tra l’altro, che nel 1466 un forte terremoto infierì su Camarda ; ora, non si comprenderebbe e non si spiegherebbe come, da documenti o cronache, possa esser stato tramandato un evento di tal genere, se lo stesso non avesse interessato, non un centro già disabitato, sul quale nessun danneggiamento degno di memoria avrebbe potuto arrecare, ma, al contrario, un luogo, se proprio non vivo e vitale, quantomeno e comunque, ancora “abitato”.
E’ vero che Camarda non compare nella tassazione focatica del 1447, ma è altrettanto vero che molti altri centri, parimenti, in quella tassazione non compaiono; non solo, ma è da rilevarsi il fatto che, nella zona, fra i centri abitati vicini, soltanto Pisticci è tassata in misura maggiore rispetto alla precedente tassazione, mentre Metaponto, Pomarico e Montescaglioso, come pure Scanzano, Policoro e Matera, subiscono un notevole decremento.
Scompaiono del tutto, e per sempre, i Casali di Avena, Avenella e Appio.
L’intera zona, quindi, e non solamente Camarda, a seguito di calamità naturali e/o eventi bellici, dovette essere privilegiata o, in ogni caso, godette di riduzioni fiscali.
Camarda, dunque, la stessa Camarda già bizantina, normanna e dopo angioina ed aragonese, subite le conseguenze dell’evento sismico, per volontà di Pirro Del Balzo, Conte di Montescaglioso, in quel momento dedito ad una politica di rafforzamento, anche dal punto di vista militare, dei propri feudi (risale, ad esempio, agli stessi anni la costruzione del nuovo e possente castello di Venosa ed il riassetto urbanistico e difensivo di quella città), fu “immediatamente” ricostruita e ridotata di consistenti opere difensive, sul modello delle “città di fondazione”, molto probabilmente anche nel rispetto (o semplicemente sfruttandolo) di ciò che rimaneva di un precedente ed analogo impianto urbanistico.
Il Del Balzo, dunque, verso il 1470, rivitalizzò il Centro convogliandovi “circa mille  famiglie di coloni”  costituiti oltre che dai camardesi, già sparsi per le contrade del feudo, da altri provenienti dai casali di Avena, Avenella e Appio (o Accio) , oltre ad altri apporti (schiavoni/albanesi), e dotandolo, lungo il perimetro urbano, già naturalmente difeso dai fossi che lo circondavano (e circondano) per la quasi totalità, di una potenziata e ragguardevole cinta muraria, munita di torri, baluardi e contrafforti; riedificandolo, secondo il caratteristico ed ancora attuale assetto urbanistico “unico nel suo genere nell’Italia meridionale” , ad appena quattro anni dal predetto terremoto del 1466, con lo scopo di rafforzarne la funzione, strategico-militare, di controllo dell’ingresso della valle del Basento, di alcune antichissime vie naturali trasversali di penetrazione (fosso Canala, fosso Avenella) e, soprattutto, di controllo della importante  direttrice di transito: Calabria  Policoro  San Basilio  (Scafa di Sant’Angelo  o Ponte Torre Accio)  Camarda  Pomarico o Montescaglioso  Matera  Gravina o Altamura  circuito delle vie pugliesi  per  Bari - Barletta - Foggia - il Vulture;
Alla morte di Pirro Del Balzo, succeduta alla famosa “Congiura dei Baroni”, i beni ed i possedimenti del medesimo, rilevati dalla corona, furono assegnati a Federico d’Aragona, marito di Isabella Del Balzo (figlia del predetto Pirro), all’epoca anche principe di Taranto e, con essi, il feudo di Camarda.
Nel 1497, Federico, Re dal precedente anno, assegnò, cedendolo, il feudo di Camarda a Bernardino de Bernardo (Bernaudo), suo Segretario e fedelissimo, figura di primo piano nella Diplomazia Aragonese di quegli anni.
L’avvenimento non fu casuale, ma si inserì nel disegno politico, perseguito dalla Corona, di sostituzione, nel controllo del territorio, della vecchia nobiltà, recalcitrante e filofrancese, con una nuova, in parte di origine borghese, fedele ai regnanti aragonesi ed a questi legata da consistenti interessi soprattutto economici.
In particolare, città o borghi di una certa consistenza strategica, furono da Federico d’Aragona assegnate e/o cedute in feudo a fedelissimi dignitari di Corte.
Fu così per Camarda e, nella zona, per Matera e altri centri.
Probabilmente, tra il 1496 ed il 1503 (forse anche nel 1528), a seguito di uno scontro tra truppe spagnole e francesi, nel corso delle guerre che in quegli anni funestarono il Regno di Napoli e che culminarono prima nell’esilio di Federico, con la spartizione del Regno tra i Reali di Francia e Spagna, e poi nella cacciata dei francesi, con il conseguente declassamento del Regno di Napoli a Viceregno spagnolo, Camarda venne saccheggiata e nuovamente rasa al suolo .
Al neo barone Bernardino de Bernaudo (ed al suo successore Consalvo Ferrante, coadiuvato fino alla maggiore età dallo zio paterno e suo tutore) spettò, dunque, di sovrintendere all’ennesima ricostruzione del borgo, che da lui cominciò a chiamarsi Bernauda”.
L’impianto urbano, come abbiamo precedentemente detto, orientate verso i solstizi, delle vie “larghe” longitudinali e vie “strette” trasversali, delimitanti isolati rettangolari aventi i lati rapportati tra loro in costante proporzione, e il sito, ovviamente, rimasero gli stessi, come testimoniato dai ruderi medievali ancor oggi visibili, che da sempre si presentano in asse con le strade principali: l’impianto originario del castello (sec. XI?), alcuni ruderi adiacenti la “Chiesa Madre” (la cui facciata pare che fosse originariamente rivolta a mezzogiorno) , il trecentesco  palazzo Fischetti.
I discendenti diretti, infine, di Bernardino/Berardino de Bernaudo (e di Figola/Fiola de Anna , sua nobile consorte napoletana), Consalvo Ferrante, suo figlio , e Cornelia sua nipote signoreggiarono su Bernauda per buona parte del 1500 .
A questo punto, fatto questo breve excursus storico sulla Camarda medievale, ci rimane da approfondire, ove possibile, la conoscenza dei feudatari citati, anche per meglio comprendere sia il suo stato giuridico che storico-amministrativo.

Guaimario di Camarda
Cominciamo, ovviamente, da Guaimario di Camarda, il quale, come già detto, da documenti scritti, compare come il più antico signore/feudatario di Camarda di cui si abbia conoscenza :
Orbene:
•    In primo luogo, Guaimario o Gaimario è un nome dinastico  proprio della dinastia longobarda del Principato di Salerno. Non è assolutamente un nome comune generalmente usato da persone del popolo (perlomeno, da documenti coevi non consta) .
•    In secondo luogo, bisogna tener presente che nel 1095 (data della prima pergamena in cui compare il nome di Guaimario di Camarda) il Principato di Salerno, come entità statuale indipendente (e, con esso, la relativa dinastia principesca) non esisteva più, essendo stato acquisito nel 1077 dal normanno Roberto il Guiscardo, Duca  di Puglia, Calabria e Sicilia, tra i propri possedimenti, a danno di Gisulfo II (ultimo della dinastia) , del quale, peraltro, avendo sposato in seconde nozze sua sorella Sichelgaita, era cognato.
•    In terzo luogo, negli anni che ci interessano, nei quali sono state redatte le pergamene di Castellaneta in cui compare come primo testimone Guaimario di Camarda, non si trovano altri personaggi con il nome di ‘Guaimario’, al di fuori di Guaimario (Signore) di Giffoni , morto nel 1114, figlio di un altro Guaimario di Giffoni (Jefuni), morto nel 1094 (entrambi sepolti nell’Abbazia benedettina della SS. Trinità della Cava) .
•    È da tener presente, poi, che, nel periodo in questione, le contee (ovviamente, anche quella di Montescaglioso) non necessariamente avevano continuità territoriale, poiché non ancora organizzate quali distretti amministrativi. Per esempio: Montescaglioso, come sede di contea, era feudo titolato facente capo ad un conte (Umfredo ed i suoi diretti discendenti) e non perché (come diremmo noi oggi) capoluogo di un distretto amministrativo definito e in continuità territoriale con i suoi casali. Le contee, organizzate precipuamente secondo criteri che impropriamente (ma per meglio rendere l’idea) possiamo definire ‘distrettuali’, furono istituite, dopo il 1140, da Ruggero II d’Altavilla, fondatore del Regno di Sicilia, con il riordino delle contee stesse (soppressione di talune, creazione di altre, cambiamento dello stato giuridico dei feudatari titolari, ecc.).
•    Occorre, altresì, ancora tener presente che, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, l’eredità Ducale passò al secondogenito Ruggero Borsa che, dopo i contrasti derivanti dalle rivendicazioni del fratellastro (primogenito) Marco Boemondo, concesse a quest’ultimo la signoria (allodiale, cioè di piena proprietà e libera da vincoli feudali nei confronti del Duca Ruggero Borsa, suo fratellastro) su alcuni territori pugliesi che oggi potremmo sostanzialmente, anche se grossolanamente , far coincidere principalmente con le province di Taranto e Brindisi. Marco Boemondo, che in un secondo tempo, a seguito di altri eventi e dispute, ebbe signoria anche su Bari, tuttavia, aveva signoria su molti altri feudi sparsi, a macchia di leopardo anche nel leccese, in Basilicata, in Campania ed in Calabria. Feudi, su cui signoreggiavano, ora come suoi vassalli, i discendenti degli antichi proprietari (di prima, cioè, della conquista normanna). Ed è questo il caso della nostra Camarda, che era detenuta da un Guaimario (il cui nome rinvia ad una stirpe di origine longobarda) che non dipendeva dai Conti di Montescaglioso, ma da Marco Boemondo Principe di Taranto (in tale veste, dunque, Guaimario di Camarda, compare, come primo testimone, qualificandosi con un ‘cognomen toponomasticum’ nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco, di cui alle pergamene di Castellaneta).
•    Da ultimo, ma non per minore importanza, necessita tener conto delle genealogie e del lignaggio dei nobili che interessano. Per esempio: l’ordine in cui compaiono i testimoni negli atti di donazione del periodo non è casuale, ma rispetta strettamente il rango sociale, l’importanza ed eventualmente il grado di parentela degli stessi.
Ebbene, ove si tenga conto di quanto suddetto, il nostro Guaimario di Camarda è certamente da identificarsi con il secondo Guaimario signore di Giffoni (+1114) che, per evidenti motivi giuridici, nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco si sottoscrive di Camarda, in quanto quest’ultima ricadeva, come i tenimenti del Senescalco (Castellaneta, Mottola, ecc.) nel Principato di Taranto. I testimoni, infatti, in sede di donazioni, non erano persone scelte a caso, ma, ecclesiastici a parte, signori o militi che avevano a che fare con il territorio dove i beni donati insistevano. Persone, quindi, che giuridicamente erano abilitate a testimoniare. Il nostro Guaimario, pertanto, doveva necessariamente sottoscriversi col titolo (cognomen toponomasticum) ‘di Camarda’ e non con quello ‘di Giffoni’ (Jefunii) che, peraltro, era un feudo comitale a se stante. Prova ne sia, che la qualità di primo testimone rivestita dal nostro Guaimario nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco ne sottolinea sia l’alto lignaggio (ovvero la diretta discendenza dai Principi di Salerno) che la consanguineità con il donante (Guaimario di Sorrento e Conte di Giffoni, padre di Guaimario di Camarda, era cugino diretto di Riccardo Senescalco, in quanto rispettivamente figli di Guido/Guidone Duca di Sorrento e della sorella Gaitelgrima/Altrude; a loro volta, figli di Guaimario III Principe di Salerno) .
Indizio non meno significativo ed importante, come vedremo in seguito, anche ai nostri fini, è che moglie di questo Guaimario era una tale ‘Gaitelgrima’ figlia di Mauro di Atrani.

Riccardo di Camarda
Come precedente riportato, dal Catalogo dei Baroni del Regno si ha che la nostra Camarda era ‘tenuta’ da un tale Riccardo di Camarda, unitamente ai feudi di Ferrazzano ed Ingurgum.
Riporto, per chiarezza, quanto già inserito nella nota n. 90 del presente lavoro: ‘Il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), in sintesi, è una lista di tutti i feudatari e dei relativi possedimenti compilata per volere del primo re normanno del Regno di Sicilia  Ruggero II (n. 1095 – m. a Palermo1154). Secondo la datazione data dalla medievista Evelyn Mary Jamison, fu redatto tra il 1137 ed il 1145. Secondo, invece, lo studioso ed archeologo Giulio De Petra, tra il 1140 e il 1148; mentre Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169. Il Catalogo dei Baroni, successivamente, fu tenuto di volta in volta aggiornato, anche durante il successivo regno Angioino.’
Aggiungo, circa la datazione, che, nella sostanza, i predetti studiosi hanno tutti ragione: in verità, la prima stesura del ‘Catalogo’ risale agli anni ’30-’40 del XII secolo, ma il primo originale andò distrutto a seguito di una delle ribellioni nei suoi confronti dei feudatari del Regno (1155 e 1160). Detto Catalogo, domate le ribellioni, fu in seguito ricostruito sulla base delle testimonianze dirette dei feudatari o di altri testimoni all’uopo convocati presso la cancelleria del Regno e costantemente aggiornato.
Riccardo di Camarda, in sede di prima stesura (circa anni ’40 del XII secolo), testimoniò in presenza circa i suoi tenimenti ed infatti dal Catalogo si ha che:
 “COMITATUS MONTIS CAVEOSIS … omissis … Riccardus de Camarda, ficut dixit, tenet Camardam, & Ferraczanum, quod eft feudum Il. militum. & cum augmento obtulit milites IV.
Item Riccardus de Camarda tenet Ingurgum, quod, ficut inuentum est in quaternionibus Curiae, est feudum I. militis. & cum augmento obtulit milites II.”

Esame critico del documento e ragionamento circa i feudi di Camarda, Ferrazzano ed Ingurgum:
Occorre premettere che, per quanto riguarda il feudo di Ferrazzano, nel 1741, l’erudito sacerdote Francesco De Sancris, nel suo libro “Notizie Storiche di Ferentino nel Sannio – al presente la terra di FERRAZZANO  in provincia di Capitanata – raccolte dal Sacerdote Francesco De Sanctis suo cittadino – in Napoli MDCCXLI presso Gianbattista di Biase”, identificava detto feudo appunto con l’attuale comune di Ferrazzano.
Altri, anche di recente, per la semplice (ma non probante) vaga assonanza del toponimo hanno ‘supposto’ potersi trattare del comune di Ferrandina.
Tuttavia, né l’una né l’altra ipotesi risultano sorrette da prove cogenti.
Ci affidiamo, pertanto, al testo del documento in esame, la cui traduzione letterale dei precedenti passi del Catalogo, ci restituisce:
<Riccardo di Camarda, come dichiarò , tiene  ‘Camarda e Ferrazzano’, che è (un) feudo di 1 milite e, con aumento, offrì  2 militi.
Inoltre, Riccardo di Camarda tiene ‘Ingurgum’ che, come è trovato nei Registri della Curia (Cancelleria), è feudo di 1 milite e, con aumento, offrì 2 militi>.
Il testo è chiaro e non si presta a dubbi: Camarda e Ferrazzano, stante il verbo essere coniugato al singolare , costituiscono un unico feudo sito nella contea di Montescaglioso! Né può essere interpretato nel senso che il peso dei militi indicati possa essere riferito al solo feudo di Ferrazzano, poiché, in tal caso, sarebbe stato indicato, separatamente o cumulativamente, anche il peso relativo al feudo di Camarda.
Per quanto detto, se ne deduce, in modo chiaro, che Ferrazzano altro non è che un secondo nome di Camarda e molto probabilmente il toponimo del villaggio, distinto da quello del centro fortificato.
E’ alquanto interessante, ai nostri fini, il periodo cui riporta l’etimologia del toponimo Ferrazzano, che in un caso (Derivazione dal nome latino di persona ‘Farracius’ con l'aggiunta del suffisso ‘anus’, cioè cerchio e in toponomastica ‘luogo chiuso’, ‘villaggio’, ecc.), riporta al periodo tardo imperiale intorno alla caduta dell’impero romano, ed in un altro (longobardo ‘fara’ più suffisso ‘anus’: il termine ‘fara’ indica uno dei corpi di spedizione in cui si divideva il popolo longobardo durante gli spostamenti, in genere coincidente con un gruppo parentale avente un antenato in comune. I longobardi scesero in Italia e vi si distribuirono raggruppati appunto in ‘fare’. Il termine passò a designare anche insedimenti sorti sul terreno assegnato a delle ‘fare’, ed è conservato come etimo in numerosi toponimi composti), riporta al periodo longobardo. La qualcosa, grossomodo, riporta al periodo altomedievale cui rinvia anche il toponimo ‘Camarda’.
Di più difficile identificazione ed ubicazione risulta essere il feudo rustico di ‘Ingurgum’, il cui etimo suggerirebbe l’allocazione in luogo vallivo caratterizzato da un corso d’acqua (dal vocabolo latino gurgĕs, gurgitis – gorgo, vortice, mare, acque, fiume, ecc. – e pertanto, in forma medievalizzata e popolare, ‘in-gurgum’ col significato di luogo sul fiume o sul gorgo-vortice. Da supporsi ed identificarsi, postulando la contiguità con Camarda/Ferrazzano, nell’attuale vallata della Canala, se non con qualche luogo sul Basento.

Riccardo di Camarda: ipotesi di identificazione
Abbiamo precedentemente visto come a cavallo del 1100 compare feudatario di Camarda un ‘Guaimario di Camarda’ che abbiamo identificato con il secondo Guaimario di Giffoni (+1114), figlio del primo (+1094), della stirpe dei Principi di Salerno ed imparentati con gli Altavilla.
Costoro, al pari di altri discendenti dell’antica nobiltà longobarda, per via ereditaria o per matrimoni, detenevano una varietà di feudi sia rustici che nobili sparsi per l’Italia meridionale, asseverati al diritto ed alle consuetudini longobarde che successivamente all’avvento della signoria normanna e precipuamente dopo la proclamazione del Regno con Ruggero II, subirono, a seguito della riorganizzazione amministrativa, con l’esproprio (incameramento al regio demanio) e la riassegnazione a titolo feudale a vecchi e nuovi titolari, l’asseveramento al nuovo ordinamento legislativo ed alle consuetudini normanne , ivi compreso l’assunzione di un vero e proprio ‘cognomen toponomasticum’. Quello cioè che per l’aristocrazia longobarda era genericamente un aggettivo indicante nei documenti la qualificazione del titolo a cui si interveniva nei rogiti, secondo le nuove consuetudini, divenne in molti casi un vero e proprio cognome di famiglia . Anche i nomi propri di persona, per via soprattutto di matrimoni misti, evolsero nel senso di subire l’influenza normanna e l’adozione di nomi propri della nuova genia (ad esempio: Richard o Riccardo ed altri).
Abbiamo pure visto come nei decenni successivi e precisamente nei decenni dal 1140 circa a circa il 1170, il nostro feudo era in potere di ‘Riccardo di Camarda’.
Chi fosse costui ed a quale titolo ne era divenuto titolare non è possibile stabilirlo con esattezza, causa la mancanza di altri documenti. Si deve ricorrere pertanto ad ipotesi che, pur se basate a partire da fonti certe, non sono verificabili, ma che possono comodamente trovare posto in questo scritto a carattere prevalentemente divulgativo e senza eccessive o ferree pretese storiografiche e saggistiche, ma volto a suscitare interesse e auspicabilmente nuove discussioni e ricerche.
Ma veniamo al dunque: Il nostro Riccardo di Camarda titolare del feudo negli anni quaranta del XII secolo potrebbe benissimo essere figlio di Guaimario di Camarda, ove si postuli la data di nascita a prima del 1114 (come personalmente sono portato a credere), mentre se si posticipasse detta data ne risulterebbe nipote.
Al contempo, se si dovesse invece attribuire al personaggio una discendenza normanna, si dovrebbe postulare un matrimonio con una figlia (più probabilmente) o con una nipote del predetto Guaimario di Camarda.
Ma si potrebbe ipotizzare qualcosa di più su questo Riccardo? Se si lavora di fantasia, però sempre partendo da indizi labilissimi ma documentati, la risposta è ovviamente affermativa. Ma andiamo per ordine:
Il primo indizio ce lo fornisce l’Abate Giovan Battista Pacichelli, nel suo conosciutissimo “Il Regno di Napoli in Prospettiva, diviso in Dodeci Provincie; Napoli, 1702”. Ivi infatti, Camarda è nominata anche ‘Camandra’. In verità, lo scrivente ha sempre pensato ad un plausibile errore di stampa, ma tuttavia tale toponimo è ripetuto due volte e contemporaneamente al toponimo ‘Camarda’; il che presupporrebbe la precisa intenzione di riportare il toponimo nelle due versioni conosciute dal suddetto autore. Che il buon Pacichelli abbia voluto suggerirci qualcosa?
Quindi, per il seguito, teniamo a mente questo toponimo di Camandra.
Bisogna, poi, tener conto del fatto che nel Catalogo dei Baroni del Regno sono riportati altri due personaggi recanti il cognomen toponomasticum ‘di Camarda’: Trasmondo di Camarda e Guglielmo di Camarda, i quali, in mancanza di altri riferimenti documentari, debbono collegarsi al nostro Riccardo di Camarda, in quanto con tutta probabilità, il primo da considerarsi fratello ed il secondo nipote. In ogni caso, strettamente apparentati con Riccardo. Questo Trasmondo e Guglielmo risultano possessori di feudi tra l’Abruzzo ed il Molise e precisamente nelle contee di Penna e del Molise. Anche questo collegamento della famiglia ‘di Camarda’ con l’Abruzzo ed il Molise ci tornerà utile nel prosieguo dell’indagine.
Ciò detto, vi è un personaggio del quale, sia pure di grande rilievo del periodo, si conosce poco relativamente alla discendenza. Si tratta di ‘Riccardo di Mandra’, già connestabile (generale)  dell’esercito di Roberto di Loritello (quest’ultimo tra i capi delle rivolte nel Regno di Sicilia), che in tale veste di comandante dell’esercito di detto Roberto (e quindi tra le fila dei ribelli nel 1156) venne sconfitto ed imprigionato a Palermo.
Tuttavia, successivamente liberato, ebbe modo, nel marzo del 1161, di salvare la vita al re Guglielmo I detto il Malo e, in questo modo, guadagnatone la fiducia, fu da questi nominato Connestabile della guardia regia.
Successivamente alla morte di Guglielmo I il Malo, dalla Regina reggente per conto del figlio minorenne Guglielmo II il Buono, Riccardo di Mandra fu fatto Cancelliere del Regno e Conte del Molise.
Di Riccardo di Mandra, in effetti, oltre alle notizie succintamente suddette, si sa con (relativa) certezza solamente che ha sposato una ‘Gaitelgrima’  e che è morto nel 1170 .
Orbene, alle supposizioni ed ai dubbi degli autorevolissimi medievisti che hanno affrontato il tema, ci permettiamo, nel nostro piccolo, di formulare l’ipotesi che ‘Mandra’ non sia il toponimo della sperduta (feudo non nobile) e pressoché sconosciuta località individuata da E. M. Jamison tra Avellino e Foggia, ma corrisponda ad una errata trascrizione (probabilmente dovuta ai guasti del manoscritto originale o alla difficoltà di sciogliere correttamente l’abbreviatura latina) di ‘Camandra’ ovvero ‘Camarda’. Il che, consentirebbe agevolmente l’accostamento del personaggio, in qualità di figlio o di genero, a quel Guaimario di Camarda di cui si è precedentemente parlato. A ciò portando anche la ricorrenza nei documenti del nome Gaitegrima  e il toponimo Camandra riportato dal Pacichelli.
Curiosamente, alle mie stesse conclusioni, deve essere arrivato, e ben prima di me, lo scrittore inglese Barry Unsworth  che, nel suo ‘romanzo’ storico “La donna del rubino (titolo originale: The Ruby in her Navel, 2006)” ambientato alla corte di re Ruggero II nella Sicilia del XII secolo, introduce un personaggio (testualmente: Richard of Bernalda) che non può che scaturire dall’identificazione di Riccardo di Mandra, storicamente attestato alla corte normanna, con Riccardo di Camarda (non attestato a corte) essendo il medesimo autore consapevole del fatto che Camarda non è altro che il toponimo del casale precedente l’attuale Bernalda.
Da tener in conto, ai fini dell’identificazione anche il fatto che Riccardo di Mandra (o Camarda) non parlava il francese , che era la lingua di corte. Sintomo ovvio che l’ascendenza era longobarda dei principi di Salerno. Fatto questo che lo rendeva estraneo ed inviso a buona parte della nobiltà normanna.
Oltretutto, le notizie sul di Camarda e sul di Mandra risultano francamente contemporanee, così come pure la scomparsa di entrambi dalle fonti documentarie intorno al 1170 (data di morte di Riccardo di Mandra/Camarda).
Per concludere, appare evidente come attraverso i pochi documenti disponibili, dal punto di vista giuridico, Camarda, come tutti i feudi nel meridione d’Italia, sia passata dalla detenzione di tipo allodiale (piena proprietà) da parte dei discendenti dei possessori di stirpe longobarda alla concessione di tipo feudale (acquisizione da parte del demanio regio e riassegnazione vs il pagamento di un tributo generalmente di tipo militare) vero e proprio, secondo il costume normanno.
Successivamente, poi, al precedentemente citato Hugues d’Erard, non risultano altri feudatari/suffeudatari di Camarda, che, in tutto e per tutto, dal 1270  e fino all’infeudamento di Bernardino de Bernaudo (1496) segue le vicende istituzionali ed amministrative della contea di Montescaglioso , così come gli altri ‘casali’ del distretto.

La guerra dei Vespri siciliani (1282 – 1302): Camarda, gli eventi bellici, l’abbandono del sito
Nell’ultimo ventennio del XIII secolo, la Calabria, il Metapontino e parte della Puglia furono tormentate dalle vicende relative alla cosiddetta guerra dei Vespri siciliani, combattuta tra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia.
A proposito della Contea di Montescaglioso e degli interessi dell’Abbazia di San Michele Arcangelo, il Tanzi, per il periodo immediatamente successivo alla pace di Caltabellotta (accordo firmato il 31 agosto 1302 fra Carlo di Valois, capitano generale di Carlo II d’Angiò, e Federico III d’Aragona), a cavallo tra gli anni 1302 e 1310, descrive  le vicende relative ai contenziosi intervenuti tra il Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso ed i cittadini di Camarda per i feudi di l’Avinella e S. Salvatore, oltre che con l’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di Bari per i tenimenti di Torre di Mare ed altre situazioni concernenti l’attività dei Baiuli di Montescaglioso ed il possesso di un giardino adiacente all’Abbazia.
È opportuno, in proposito, accennare ad un interessantissimo articolo  magistralmente redatto dalla dott.ssa Donatella Gerardi, nel quale, si dimostra come l’attività di falsificazione delle pergamene relative alle donazioni fatte dai conti normanni di Montescaglioso a favore del Monastero di S. Michele Arcangelo si è svolta sostanzialmente nei primi decenni del XIII secolo (1200), al fine di fraudolentemente legittimare l’attività predatoria dai monaci svolta nel corso del precedente XII secolo (1100).
Non a caso, quindi, i primi contenziosi documentati risalgono agli ultimi anni del 1200 ed a seguire ai primi anni del 1300 e nel corso dei secoli successivi.
Ritengo opportuno, a questo punto, ai fini di un’analisi accurata, trascrivere integralmente la traduzione dei passi della cronaca del Tanzi, così come dallo scrivente elaborata, cercando di mantenerla quanto più aderente possibile al testo (vedi nota) originale:
“L'abate Leone poi, avendo vincolato il nuovo Conte  con diversi impegni ed essendo già in precedenza molto gradito a Margherita , facilmente nell'anno 1304 ottenne da questi rescritti, con i quali contenere d'ufficio gli abitanti di Camarda, che miravano ad alcuni latifondi di Avinella, scoraggiare i Bajuli di Montescaglioso dall'infliggere molestie agli uomini di S. Salvatore e  Avinella  e impedire la temeraria calunnia dei faziosi, i quali avevano denunziato che il giardino adiacente al Monastero e che a lungo gli Abati avevano tenuto, spettava alla Curia; i Conti infatti, con editto scritto, rinunciarono ad ogni diritto, se alcuno ve ne fosse e consentirono che il giardino fosse da possedere ai monaci, come prima, liberamente.
In quei giorni anche i cavalieri Ospitalieri, ai quali già da lungo tempo la contessa Emma  aveva donato latifondi nel castello di Torre Mare, avevano messo in atto un grave contrasto (contenzioso) con Leone. Sostenevano infatti che l'Abate avesse esteso più lontano i confini dei casali S. Salvatore ed Avinella e avesse occupato un grande tratto di terra della Chiesa di Santa Croce di loro giurisdizione. E poiché, affinché fosse composta la disputa, numerosi trattati erano stati considerati inutili ed alcuni vanamente scelti, in quanto deliberavano erroneamente, finalmente, in quell'anno 1306, da Joselmo (Anselmo) de Tornello, priore della S. Casa degli Ospitalieri di Bari, e dall'Abate Leone viene (venne) decretato (nominato) giudice Roberto di Dreux conte di Montescaglioso e Squillace, il quale visitando i luoghi soggetti a contese ed esaminando gli attestati dei privilegi, per antiche testimonianze e con la garanzia della propria reputazione, stabilì confini certi, entro i quali ciascuno tenesse i propri fondi pacificamente per l'avvenire.
In quello stesso anno poi o all'inizio del seguente Margherita di Beaumont morì senza figli e la contea di Montescaglioso, fatta di diritto regio, venne affidata al conte di Gravina Pietro, che aveva il soprannome Tempesta, decimo dei figli di  (re) Carlo II d’Angiò. In vero, con (al tempo di) questo conte, si riaprì la controversia sui confini di Avinella, già definita per autorità del conte Roberto (di Dreux); per la qual cosa Leone, amante della quiete e della pace, implorò da Roberto (d’Angiò) di Calabria, allora Duca e dopo due anni Re, un rescritto con il quale si imponeva che il Giustiziere definisse con limiti di pietra i confini dei casali di Avinella e Camarda, affinché non sorgesse altra occasione di disputa. Camarda poi, essendo allora (quindi nel 1307, secondo il Tanzi) un rustico villaggio (non nobile), sito nel distretto caveosano (nella contea di Montescaglioso), prima per incursioni belliche e poi per aria malsana del tutto abbandonato, fu (il villaggio) in seguito, nel 1470 circa, di nuovo popolato da Pirro Del Balzo, conte di Montescaglioso, con moltissimi contadini raccolti per coltivare quei fondi. In verità, poco dopo, i camardesi, temendo che per la stessa insalubrità dell'aria in breve gli abitanti potessero ammalarsi, cambiarono sedi per autorità del loro Signore Bernardo de Bernaudo e costruirono un villaggio non molto lontano da Camarda e (che) chiamano Bernalda, dove godere di un'aria non tanto insalubre.
Nell'anno seguente 1308 Pietro Tempesta, ricevute in regalo Sinuessa e la contea di Sorrento dal padre Carlo (re Carlo II d’Angiò), rinunciò alla Dinastia (Contea) Caveosana, allora comprendente i territori di Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco e Monte Peloso (Irsina), a suo cognato Bertrando Del Balzo , cui il re Carlo II aveva già promessa in sposa sua figlia Beatrice, vedova del conte Azzone di Ferrara (Azzo VIII d’Este), a ciò indotto, come disse, sia dalla egregia indole del giovane che anche dagli illustri meriti della famiglia; la quale, poiché conferì al nostro Monastero benefici innumerevoli ed eterni, sembra richiedere a buon diritto che io tocchi (parli), per così dire, con le parole più elevate la (della) sua insigne nobiltà ed eminenti virtu'.”
Come si vede, il Tanzi ci fornisce uno spaccato del tempo davvero interessante sotto diversi profili (territoriale, politico, militare ed economico):
In primo luogo, ci descrive la consistenza territoriale della Contea di Montescaglioso, la cui circoscrizione nel 1308 comprendeva, oltre che ovviamente il territorio del capoluogo, i territori di Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco e Monte Peloso (Irsina).
Ci informa quindi dell’esistenza in Montescaglioso di una ‘fazione’ politica insofferente ai monaci abbaziali ed alla loro spavalda voracità nell’acquisizione di beni persino di proprietà della curia comitale.
Che poi, nell’esercizio di acquisizioni ed usurpazioni di diritti e feudi l’Abbazia proprio non guardava in faccia a nessuno, il Tanzi ce lo riporta con il descrivere minuziosamente le vicende legate al contenzioso con l’Ordine degli Ospitalieri della S. Casa di Bari.
Per quanto riguarda la nostra Camarda, si evince che, come per gli Ospitalieri, i contenziosi per l’Avinella risalgono nientedimeno che al XIII secolo e probabilmente, secondo quanto si può dedurre dall’analisi dei falsi fatta dalla Gerardi (vedi nota), addirittura al XII.
Dal Tanzi, abbiamo ancora notizia di eventi bellici che hanno interessato l’abitato di Camarda. A tal proposito, occorre sottolineare che l’Abate parla di questi accadimenti, sì per dimostrare che nel 1307 o comunque negli anni tra il 1302 ed il 1308 il ‘pagus’ era disabitato, ma facendo risalire gli eventi ad un periodo precedente (Camarda autem cum ignobilis Pagus tunc esset, in Caveosano discrictu situs, bellorum incursu, aeriscque intemperie deindè omninò desertus); in più, usando il plurale ad indicare che gli eventi bellici erano stati più d’uno e pertanto almeno due.
Come inquadrare, dunque, temporalmente tali eventi?
È noto che nel 1302, con la pace di Caltabellotta, si concluse la prima fase della cosiddetta guerra dei Vespri siciliani.
Sappiamo, inoltre, dal Prof. Berardo Pio  [in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 76 (2012)] che, a cavallo tra il 1286 ed il 1287, Giovanni di Montfort (marito di Margherita di Beaumont e conte di Montescaglioso dal 1275 al 1300, anno della sua morte), nominato il 6 gennaio 1285, da Carlo II d’Angiò, Capitano Generale del Regno, testualmente: “costrinse gli aragonesi ad abbandonare Taranto, pose il suo quartier generale a Pisticci e riprese il controllo della pianura ionica”. Se, pertanto, ci fu una ‘riconquista’ da parte degli Angioini, ovvio che questa era stata preceduta da una conquista da parte degli Aragonesi. È pertanto giustificato il plurale usato dal Tanzi a proposito degli episodi guerreschi riferiti a Camarda.
Secondo il Tanzi, pertanto, tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, Camarda risultò abbandonata dalla popolazione anche a seguito di una pestilenza  (prima per incursioni belliche e poi per aria malsana del tutto abbandonato) succeduta agli eventi bellici.
Tuttavia, l’affermazione del Tanzi circa il totale spopolamento del casale di Camarda all’anno 1307, appare contraddetta dal medesimo nello stesso brano precedentemente riportato, col citare implicitamente l’atto di concessione del 1309  della contea di Montescaglioso di Carlo II d’Angiò a favore di Bertrando Del Balzo.
In verità, per quanto già precedentemente esposto, è certo potersi concludere di trovarsi di fronte a una presenza storicamente documentata del Casale di Camarda, insoluta nella continuità, dall’XI al XIV secolo. Risalgono, infatti, all’ultimo decennio dell’XI secolo; il casale di Camarda è successivamente citato in documenti del  XII secolo  e del sec. XIII ; ancora, Camarda è mentovata nel “Catalogum Baronum” e fra le  “Pergamene di Matera”  ve ne sono alcune che la riguardano. Tra queste ultime, una, datata 12 giugno 1320, ha per oggetto la vendita di una casa.
Nelle tassazioni focatiche, inoltre, come già precedenemente detto, del 1277 e del 1320, il Casale compare gravato del peso, rispettivamente, di 76 e 69 fuochi .
Sappiamo, infine, che nel 1466 un forte terremoto infierì su Camarda : ora, non si comprenderebbe e non si spiegherebbe come, da documenti o cronache, possa esser stato tramandato un evento di tal genere, se lo stesso non avesse interessato, non un centro già disabitato, sul quale nessun danneggiamento degno di memoria avrebbe potuto arrecare, ma, al contrario, un luogo, se proprio non vivo e vitale, quantomeno e comunque, ancora “abitato”.
E’ vero che Camarda non compare nella tassazione focatica del 1447, ma è altrettanto vero che molti altri centri, parimenti, in quella tassazione non compaiono; non solo, ma è da rilevarsi il fatto che, nella zona, fra i centri abitati vicini, soltanto Pisticci è tassata in misura maggiore rispetto alla precedente tassazione, mentre Metaponto, Pomarico e Montescaglioso, come pure Scanzano, Policoro e Matera, subiscono un notevole decremento.
Scompaiono del tutto, e per sempre, i Casali di Avena (Sant’Angelo Vecchio), Avenella e Appio.
L’intera zona, quindi, e non solamente Camarda, a seguito di calamità naturali o eventi bellici, dovette essere privilegiata o, in ogni caso, godette di riduzioni fiscali.
Camarda, dunque, la stessa Camarda già bizantina, normanna e dopo angioina ed aragonese, subite le conseguenze dell’evento sismico, per volontà di Pirro Del Balzo, Conte di Montescaglioso, in quel momento dedito ad una politica di rafforzamento, anche dal punto di vista militare, dei propri feudi (risale, ad esempio, agli stessi anni la costruzione del nuovo e possente castello di Venosa ed il riassetto urbanistico e difensivo di quella città), fu “immediatamente” ricostruita e ridotata di consistenti opere difensive (e non è aprioristicamente da escludersi nel rispetto di ciò che rimaneva di un precedente ed analogo impianto urbanistico).
Il Del Balzo, dunque, verso il 1470, rivitalizzò il Centro convogliandovi “circa mille famiglie di coloni”  (Se la cifra di mille famiglie è esatta, se ne deduce che il nuovo centro fu progettato/attrezzato per contenere non meno di quattro/cinquemila abitanti), presumibilmente provenienti anche dai casali di Avena, Avenella e Appio, e dotandolo, lungo il perimetro urbano, già naturalmente difeso dai fossi che lo circondavano, di una potenziata e ragguardevole cinta muraria, munita di torri, baluardi e contrafforti; riedificandolo/restaurandolo, secondo il caratteristico ed ancora attuale assetto urbanistico “unico nel suo genere nell’Italia meridionale” , ad appena quattro anni dal predetto terremoto del 1466, con lo scopo di rafforzarne la funzione, strategico-militare, di controllo dell’ingresso della valle del Basento, di alcune antichissime vie naturali trasversali di penetrazione (fosso Canala, fosso Avenella) e, soprattutto, di controllo della importante e secolare direttrice di transito: Calabria  Policoro  San Basilio  (Scafa di Sant’Angelo  o Ponte Torre Accio)  Camarda (Bernalda)  Gravina  circuito delle vie pugliesi  per  Bari – Minervino – Cerignola – Foggia – la Capitanata – ecc.   

L’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri (Giovanniti) e la Chiesa di Santa Croce nel feudo di Camarda
Da una pergamena dell’Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso, si ha che nel 1119 la contessa Emma d’Altavilla, già vedova di Rodolfo Maccabeo, dona  alcuni terreni nei pressi del feudo di Avinella a Frate Ugo (Hugo/Ugone) Precettore della Sacra Casa degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il quale “… umilmente pregò e supplicò che, per la misericordia di Dio e per il nutrimento (sostegno) dei pellegrini, gli concedessimo dei terreni lui (a se) attigui, in prossimità del fiume Basento, confinanti (ai confini del) col casale Avinella …” .
Tale documento è stato, come la maggior parte dei documenti abbaziali, oggetto di studi al fine di valutarne la veridicità totale o parziale. Illuminante, al riguardo, è lo studio già citato della Prof.ssa Donatella Gerardi. Invero, detto documento, con ogni probabilità è stato solo in piccola parte falsificato ai fini utili all’Abbazia montese nel periodo federiciano/angioino. L’autenticità di fondo del documento è tuttavia suffragata dai contenziosi insorti circa due secoli dopo la sua redazione tra gli Ospitalieri di San Giovanni ed i Benedettini di San Michele Arcangelo; contenzioso certamente avvenuto, anche perché il Tanzi, in quanto curatore degli interessi abbaziali, avrebbe avuto sicuro interesse a tacerlo, piuttosto che a parlarne.
Ad un’analisi approfondita, il documento in questione si rivela di grandissima importanza ai fini della ricerca su Camarda. Infatti, dallo stesso, si ricava che un tal Ugo, precettore dell’Ordine degli Ospitalieri, chiede alla contessa Emma che gli siano concessi, ottenendoli, dei terreni sul fiume Basento confinanti con il casale Avinella e con “i suoi possedimenti”; si badi: non possedimenti dell’Ordine degli Ospitalieri, ma suoi! A questa conclusione, inequivocabilmente, conduce l’uso nella pergamena del pronome personale ‘ei’ e del pronome possessivo ‘suis’.
Si ha, pertanto, che il Cavaliere gerosolimitano Ugo/Ugone, al tempo (1119), già deteneva in zona delle ‘terre’, in adiacenza delle quali, e tra queste il fiume Basento e l’Avinella, ne chiede in concessione delle altre, al fine di utilizzarle, per il sostegno dei pellegrini transitanti per la Terrasanta, probabilmente impiantandovi anche un ‘Ospitale’, cioè un albergo al servizio dei medesimi.
Stranamente, però, quali fossero questi ‘suoi’ tenimenti, nel documento non è specificato. Il che fa ritenere che siano stati volutamente occultati in sede di manipolazione dell’atto, che, per altro verso, appare assai puntuale nel descrivere i confini dei terreni dati ai Benedettini, in prossimità del fiume Bradano, in cambio (in concambio dedimus) di quelli dati a Frate Ugo; questi ultimi, oggetto di successivi accesi contenziosi tra i Giovanniti ed i Benedettini . In più, aggiungo io, tra i camardesi ed i Benedettini.
Lo stesso Tanzi, in ogni caso, ci consente l’individuazione di questi tenimenti quando, parlando dei contenziosi intervenuti tra i Giovanniti ed i Benedettini al tempo di Roberto di Dreux e di Roberto d’Angiò Duca di Calabria (tra il 1306 ed il 1307, come sopra detto) scrive che:
“i cavalieri Ospitalieri, … omissis … sostenevano … omissis … che l'Abate avesse esteso più lontano i confini dei casali S. Salvatore ed Avinella e (in più) avesse occupato un grande tratto di terra della Chiesa di Santa Croce di loro giurisdizione. E poiché, affinché fosse composta la disputa, numerosi trattati erano stati considerati inutili ed alcuni vanamente scelti, in quanto deliberavano erroneamente, finalmente, in quell'anno 1306, da Joselmo (Anselmo) de Tornello, priore della S. Casa degli Ospitalieri di Bari, e dall'Abate Leone viene (venne) decretato (nominato) giudice Roberto di Dreux conte di Montescaglioso e Squillace, il quale visitando i luoghi soggetti a contese ed esaminando gli attestati dei privilegi, per antiche testimonianze e con la garanzia della propria reputazione, stabilì confini certi, entro i quali ciascuno tenesse i propri fondi pacificamente per l'avvenire. In quello stesso anno poi o all'inizio del seguente Margherita di Beaumont morì senza figli e la contea di Montescaglioso, fatta di diritto regio, venne affidata al conte di Gravina Pietro, che aveva il soprannome Tempesta, decimo dei figli di (re) Carlo II d’Angiò. In vero, con (al tempo di) questo conte, si riaprì la controversia sui confini di Avinella, già definita per autorità del conte Roberto (di Dreux); per la qual cosa Leone, amante della quiete e della pace, implorò da Roberto (d’Angiò) di Calabria, allora Duca e dopo due anni Re, un rescritto con il quale si imponeva che il Giustiziere definisse con limiti di pietra i confini dei casali di Avinella e Camarda, affinché non sorgesse altra occasione di disputa”.
Orbene, per quanto in forma abbastanza reticente, appare chiaro che i terreni oggetto di contenzioso tra gli Ospitalieri ed i Benedettini, ovvero gli stessi terreni oggetto della donazione del 1119 e confinanti sia con l’Avenella che con i terreni di Frate Ugo, fossero interposti tra il Casale Avenella e quello di Camarda.
Si tratta, senza ombra di dubbio, dei terreni costituenti il Feudo dell’Avena, ove insiste, a ridosso della S.S. 407 Basentana, la Masseria Sant’Angelo Vecchio, confinante da un lato, lungo il crinale che dà su fosso Lama (Fronte della Pietra), con il Feudo di Camarda, e dall’altro con il Feudo dell’Avinella.

         
Ne consegue che i terreni di (suis) Frate Ugo e da questi, unitamente a quelli ottenuti in donazione da Emma, destinati ad ospitare o comunque sostenere i pellegrini diretti in Terrasanta, non sono altro che quelli costituenti il feudo di Camarda o, in ogni caso, in esso contenuti!
Che tale identificazione sia nel giusto, riviene dal fatto che nel primo decennio del 1300, come riportatoci dal Tanzi, in sede di acceso contenzioso, i terreni sede dell’Ospitale giovannita fossero detenuti non più dall’ormai e da lungo tempo deceduto Frate Ugo, ma (probabilmente a seguito di donazione o lascito testamentario) dall’Ordine degli Ospitalieri, quale dotaggio della Chiesa della Santa Croce. Ovvero, dell’unica ‘Chiesa della Santa Croce’ presente sul territorio in esame (cioè, l’attuale territorio del comune di Bernalda, ricomprendente quelli dei Casali di Camarda, Avinella, San Salvatore, Torre di Mare/Santa Trinità); in pratica: l’attuale chiesa di San Gaetano , che evidentemente non è stata costruita, ma bensì ricostruita nel 1700, per di più con l’intitolazione non casuale alla Santa Croce, su antiche preesistenze medievali e, di recente, dedicata dalla famiglia Appio a San Gaetano.
La presenza dei Giovanniti e di un loro ‘Ospitale’ nel territorio dell’attuale Bernalda e Metaponto è da mettersi in relazione sia con la presenza del porto di Torre di Mare che con la strada di collegamento Capitanata  Calabria di cui si è precedentemente parlato, oltre che con l’arteria stradale detta ‘via dell’Apulia’ (Taranto  Calabria), a dimostrazione dell’importanza del territorio compreso tra le basse valli dei fiumi Bradano e Basento quale crocevia dei traffici e degli spostamenti militari nel sud Italia. Importanza che come considerato precedentemente al capitolo sul ‘PERIODO ROMANO E TARDO IMPERIALE’, si era conservata e rafforzata nei secoli e che si è protratta, anche se con rilevanza scemante (soprattutto in considerazione della perdita del porto) sino all’unità d’Italia (1861) e che, per ovvi motivi geografici, tutt’ora conserva. Allo scopo, si trascrivono le considerazioni svolte dalla Prof.ssa Donatella Gerardi nell’articolo più volte citato: “Allo stato attuale della ricerca, pare verosimile ipotizzare che lo spurio per i giovanniti [agosto 1119] e la donazione del castro Passabanti siano stati rimaneggiati contestualmente e con il medesimo obiettivo: legittimare il possesso dell'abitato fortificato fatto edificare da Umfredo, sottraendo terre ai conti, e conferire uno status giuridico ineccepibile ai diritti esercitati sulla civitas sancte Trinitatis, l 'attuale Torre di Mare. La località, designata nelle fonti del XII secolo come civitas, castrum, castellum sancte Trinitatis, é situata lungo la costa ionica, nei pressi di Metaponto. Fondata nella prima età normanna, assurse ben presto al rango di centro dall'elevata importanza strategica poiché, grazie al suo porto fluviale nella foce del Basento, di fatto rappresentava un importante sbocco sullo Ionio dove, tra l'altro, dava il nome al golfo, sorgeva lungo la via de Apulia, arteria di collegamento tra Taranto e la Calabria, era proiettata verso l'interno della Lucania grazie ai bacini fluviali del Bradano e del Basento e, da ultimo, il diverticolo tra Torre di Mare e Gravina costituiva il cardine dei collegamenti più rapidi coi porti dell' Adriatico, ancora in età angioina”.

Frate Hugo/Ugone Precettore della Sacra Casa degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme
Chi fosse questo frate Ugo, con certezza, probabilmente non si saprà mai, anche perché non è dato sapere se Hugo/Ugo/Ugone fosse il nome di battesimo o il nome religioso (o monastico) scelto al momento dell’assunzione dei voti.
Infatti, l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (detti appunto Giovanniti), sorto intorno agli anni ’70 dell’XI secolo, era un vero e proprio ordine religioso riconosciuto da Papa Pasquale II con Bolla data in Benevento il 15 febbraio 1113, assoggettato originariamente alla Regola benedettina, quindi, con il I° Gran Maestro (Beato) Gerardo Sasso, a quella agostiniana e definitivamente, con il successore Raimond de Puy (Raimondo da Poggio) ad una regola propria. Vestivano di nero e portavano una croce mutuata da quella della Repubblica di Amalfi (bianca ad otto punte detta anche a coda di rondine) sul petto.
Gli adepti, che erano a tutti gli effetti dei religiosi, al momento dell’ingresso nell’Ordine assumevano i voti di Povertà, Castità e Obbedienza.
Tornando, quindi al nostro frate Ugo, non è possibile né escludere né confermare che tale nome potesse essere stato assunto al momento dell’ordinazione.
Di sicuro, stando al Tanzi e come precedentemente detto, Frate Ugo possedeva terreni a Camarda e, come si può agevolmente supporre, ne era feudatario o, in ogni caso, apparteneva alla famiglia dei feudatari del posto. In tal caso, Frate Ugo è da porsi in relazione di diretta parentela sia con Guaimario di Camarda, qui già identificato con Guaimario di Giffoni (+1114), di cui doveva essere fratello o figlio, che con quel Riccardo di Camarda, qui identificato con Riccardo di Mandra (+1170), del quale doveva essere genitore o zio.
Sempre il Tanzi opina che questo Frate Hugo sia stato, dopo il fondatore dell’Ordine, il suo immediato successore a capo dello stesso, motivando che essendo deceduto il I° Gran Maestro Beato Gerardo Sasso nel 1118  ed essendo Raimondo da Poggio subentrato nel ruolo nel 1120, il nostro Frate Hugo, nel 1119, proprio nella veste di Capo dell’ordine si rivolgeva alla contessa Emma per domandarle la concessione del feudo di S. Angelo Vecchio. Opina, altresì il Tanzi che l’elezione di Raimondo da Poggio, in assenza di Frate Hugo, possa aver rappresentato un’usurpazione del titolo e del ruolo.
Da notare, anche, al riguardo, che l’Abate Tanzi evidenzia che Frate Hugo era contemporaneo di un altro famosissimo personaggio: Hugo de Paganis, noto anche come Hugues de Payns o Payens ovvero Ugo di Pagani, fondatore dell’Ordine dei Cavalieri Templari. Tuttavia, nel mentre esclude l’identificazione tra i due personaggi, proprio con l’evidenziazione di questa contemporaneità, sembra volerne insinuare il dubbio.

CAMARDA – RICOSTRUZIONE SUCCESSIONE FEUDALE
È possibile, a questo punto della trattazione, abbozzare un tentativo di ricostruzione della successione feudale del casale, seppur scontando una serie di lacune dovute alla scarsità di fonti documentarie:

Guido/Guidone Duca di Sorrento    Fino al 1073        Figlio di Guaimario III Principe di Salerno e Gaitelgrima di Benevento.
Sposato con Rangarda/Raingarda di Caiazzo.    
Immagine tratta da Wikipedia
Guaimario di Sorrento, capostipite della famiglia de’ Giffoni    Fino al 1094    Si fece monaco. Sepolto nell’Abbazia benedettina della SS. Trinità della Cava    Suoi nonni erano Guaimario III Principe di Salerno e Gaitelgrima di Benevento.
Suoi cognati furono gli Altavilla Guglielmo Braccio di Ferro e Guglielmo d’Altavilla.
Cugino di Riccardo Senescalco (Figlio di Drogone d'Altavilla e Gaitelgrima di Salerno)    
Guaimario di Giffoni e di Camarda, figlio del precedente    Fino al 1114    Come il padre, si fece monaco. Sepolto nell’Abbazia benedettina della SS. Trinità della Cava    Sposato con Gaitelgrima’ figlia di Mauro di Atrani    

Immagine tratta da ‘N Cognomix’
Frate Ugo/Ugone (probabile)    Tra il 1114 e fino all’avvento di Riccardo di Camarda/Mandra (circa gli anni ’30/’40 del XII sec.)    Precettore della Sacra Casa degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (Giovanniti)        

Immagine tratta dal web
Riccardo di Camarda/Mandra    Fino al 1170    Già connestabile (generale) dell’esercito di Roberto di Loritello (quest’ultimo tra i capi delle rivolte nel Regno di Sicilia). In tale veste di comandante dell’esercito di detto Roberto (e quindi tra le fila dei ribelli nel 1156) venne sconfitto ed imprigionato a Palermo.
Tuttavia, successivamente liberato, ebbe modo, nel marzo del 1161, di salvare la vita al re Guglielmo I detto il Malo e, in questo modo, guadagnatone la fiducia, fu da questi nominato Connestabile della guardia regia.
Successivamente alla morte di Guglielmo I il Malo, dalla Regina reggente, per conto del figlio minorenne Guglielmo II il Buono, Riccardo di Mandra fu fatto Cancelliere del Regno e Conte del Molise.
    Sposato con una Gaitelgrima    
?    Dal 1170 al 1268    ?    ?    
Pietro/Pierre di Beaumont Conte di Montescaglioso    Dal 1268/’69 al 1273            
Hugues d’Erard    Attestato nel 1270    Probabilmente barone suffeudatario di Pierre/Pietro di Beaumont Conte di Montescaglioso        
Giovanni di Montfort-Castres e sua moglie Margherita di Beaumont (figlia di Pietro/Pierre di Beaumont) Conti di Montescaglioso    Dal 1275 al 1° dicembre 1300            
Margherita di Beaumont (vedova di Giovanni di Montfort) Contessa di Montescaglioso
    Dal 1° dicembre 1300 al 1302            
Margherita di Beaumont ed il suo secondo Marito Roberto di Dreux Conti di Montescaglioso    Dal 1302 al 1307            
Pietro d’Angiò (detto Tempesta) Conte di Montescaglioso    Dal 1307 al 1308            
Bertrando Del Balzo Conte di Montescaglioso    Dal 1308 al 1351            
Immagine tratta da ‘Biografie della Famiglia Del Balzo’
Francesco I Del Balzo Conte di Montescaglioso    Dal 1351 al 1422            
Guglielmo Del Balzo Conte di Montescaglioso    Dal 1422 al 1444            
Francesco II Del Balzo Conte di Montescaglioso (1410 - +1482)    Dal 1444 al 1451/1454            
Pietro (detto Pirro) Del Balzo Conte di Montescaglioso (1430 - +1491)    Dal 1454 (forse già dal 1451) al 28 novembre 1487            
Federico II d’Aragona (ultimo re Aragonese) e sua moglie Isabella Del Balzo (figlia di Pirro)    Dal 1487 al 1501            

Immagine tratta da Wikipedia
Bernardino/Berardino de Bernaudo dal 1496 al 1509                  Immagini tratte da ‘Famiglia Bernaudo’ a cura del dr. Giuseppe Pizzuti in ‘Nobili Napoletani’: http://www.nobili-napoletani.it

PIETRO/PIRRO DEL BALZO E LA RESTAURAZIONE DI CAMARDA
Come si è precedentemente detto, dopo la parentesi di Hugues d’Erard, a partire dal Conte di Montescaglioso Giovanni di Montfort, Camarda era direttamente “tenuta e posseduta” in feudo dai conti di Montescaglioso. Il Casale, contrariamente a quanto affermato dal Tanzi, seppure, a seguito dei cennati fatti guerreschi ed intervenute epidemie, probabilmente malridotto e con parte delle famiglie camardensi sparse nelle campagne, continuò nella sua quieta esistenza, come testimoniato da G. Fortunato .
Camarda, dunque, con la contea di Montescaglioso, fu dal 1308 tenuta in feudo dai membri della dinastia dei de Balzo e nel 1487, con il matrimonio di Isabella Del Balzo, figlia di Pirro, passò, insieme agli altri beni dotali, a Federico II d’Aragona e da questi, nel 1496 a Bernardino de Bernaudo.
Ma veniamo a Pirro: nacque da Francesco II all’incirca nel 1430. Fu personaggio eclettico, valente condottiero (distintosi particolarmente nel 1481 nella guerra per la liberazione di Otranto dagli Ottomani) e di ampie e moderne vedute.
Sposò nel 1451 Maria Donata Orsini Del Balzo, figlia di Gabriele Orsini Del Balzo (morto a Costantinopoli nel 1453) e sua erede nei vari e vasti feudi tra i quali il ducato di Venosa, giusta assenso regio  del 1454.
Non è chiaro se a causa di una invalidante malattia (mentale) di suo padre Francesco II o per accordi relativi al matrimonio con Maria Donata (probabilmente per entrambe le cose), successe tra il 1451 e il 1453 nella titolarità dei feudi paterni per abdicazione del papà e già nel 1454, a seguito del predetto assenso regio, come riportato dal Tansi ("…Franciscus enim semper Caveosi potitus est, usque dum Caveosanum Comitem filium Pyrrhum pronunciavit, quod paulò ante annum 1454 contigisse reor, nam hoc anno Pyrrhus jam Comes factus, primum suae erga nos pietatis documentum praebuit..."), sottoscriveva i suoi documenti, relativamente al contado di Montescaglioso, nella qualità di Conte .
Pirro si mise sin da subito al lavoro, sia per motivi contingenti che per larghezza e modernità di vedute, per il rafforzamento dei propri tenimenti sia dal punto di vista militare che da quello economico, non trascurando gli aspetti urbanistici secondo le idee innovative che fiorivano in Italia nel periodo. In quest’ottica, ad esempio, vanno inquadrati, a ridosso degli anni ’60 e ’70 del 1400,
•    il nuovo assetto urbanistico dato a Venosa con la costruzione del castello e della nuova cattedrale,
•    l’incremento demografico della contea di Montescaglioso, con il convogliarvi famiglie di esuli schiavoni, greci ed albanesi, fuggitivi dai paesi d’origine a causa delle conquiste ottomane,
•    ma anche, e per quanto riguardo l’oggetto del presente lavoro, la restaurazione, l’ingrandimento e il potenziamento della struttura urbana di Camarda.
Nella prima metà del ‘400, l’economia della contea di Montescaglioso era in una fase di decadenza e ciò si rifletteva anche nel decremento della popolazione. A comprova di ciò, come si è già detto, nella tassazione focatica del 1447 non compaiono alcuni casali, tra i quali Camarda; non solo, ma è da rilevarsi che, nella zona, fra i centri abitati vicini, soltanto Pisticci è tassata in misura maggiore, mentre Metaponto (Torre di Mare), Pomarico, Montescaglioso, Scanzano, Policoro e Matera, segnano un notevole decremento.
Le cause di tale impoverimento, sono ovviamente da ricercare in fattori quali guerre, epidemie e disinteresse parassitico della classe feudale.
Tuttavia, Pirro del Balzo, poco più che ventenne e fresco di matrimonio e di nomina, dopo un tentativo di gestione diretta dei territori anche sotto il profilo agronomico, coglie presto un aspetto cruciale della questione nell’individuare un fattore decisivo nella decadenza (quasi rovina) dell’Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso che per secoli, a partire dalla fondazione di epoca normanna, aveva esercitato un ruolo assolutamente primario nella riduzione a coltura di immensi territori e nel mantenimento della produttività degli stessi, anche nell’interesse dei feudatari concedenti. Infatti, dopo aver preso in affitto a prezzi stracciati (centocinquanta monete d’oro all’anno. Da qui l’amara considerazione del Tanzi: “chi avrebbe mai creduto che il monastero fosse stato ridotto a tale povertà? ”) l’intero patrimonio Abbaziale ed aver avviato su di esso estese opere di miglioramento fondiario, si determina a promuovere con ogni mezzo la rinascita del Monastero.
Il ruolo delle abbazie e dei monaci benedettini, infatti, sin dall'alto medioevo, sotto il profilo dell’economia dei territori (ovviamente non solamente) ha costituito un elemento straordinario di rinvigorimento e modernizzazione delle produzioni agricole. Un ruolo, potremmo oggi dire, anche in relazione alla chiara e sostanzialmente monopolistica formazione culturale dei monaci, di alta managerialità. Per questo, non solamente la fede o l’interesse a comprarsi un posto in paradiso, spingeva i nobili feudatari a supportare e sostenere con donazioni, lasciti e concessioni di rilevantissima entità i vari cenobi religiosi, ma anche l’interesse concreto a far gestire e fruttare da mani esperte e professionali le immense distese agrarie che loro stessi non avrebbero saputo e/o potuto gestire.
Pirro del Balzo, dunque, si attivò immediatamente, nella contea di Montescaglioso, attraverso il richiamo di famiglie di esuli balcanici al rinsanguamento demografico dell’intero contado (non bocche da sfamare, ma braccia per il lavoro della terra), individuando nel casale di Camarda l’epicentro delle attività di ripristino della produttività agricola dei suoi possedimenti, attraverso il recupero della redditività delle aree ormai semi-utilizzate o del tutto abbandonate, ivi compreso le aree da nuovamente bonificare a ridosso della fascia metapontina.
Il suo progetto, previde il convogliamento di un gran numero di coloni, provenienti anche dai casali di Avinella  e Appio , in una Camarda restaurata, ingrandita e rafforzata anche dal punto di vista delle difese militari passive (in particolare: restauro del castello e rifacimento delle mura di cinta).
Pirro, però, sapeva bene che ridurre nuovamente a coltura, dissodare nuovi terreni e riportare la redditività del contado agli auspicati alti livelli non sarebbe stato possibile senza il coordinamento di un efficiente centro gestionale. Da qui, gli sforzi, peraltro suffragati da successo, di riportare l’Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso alla potenza funzionale ed organizzativa di un tempo. Egli, infatti, corteggiò in ogni modo i benedettini di Santa Giustina di Padova per indurli a prendere le redini del Cenobio montese e riportarlo agli antichi fasti ed efficienza. Cosa questa, che fu egregiamente portata avanti dai nuovi monaci patavini, a cominciare dal restauro dello stesso monastero. Spinse Baldassarre, l’Abate di San Michele di Montescaglioso, ad intraprendere il restauro dell’Abbazia e dei possedimenti, promettendogli di fare in modo che i Padri giustiniani di Padova prendessero su di loro il peso della riforma ed alacremente prese contatto con questi promettendo di tutto e di più per convincerli a sposare l’impresa:
•    Non appena fosse stato informato della loro accettazione, che si sarebbe adoperato per l’ottenimento a ‘proprie spese’ del necessario diploma di assenso papale all'unione del Monastero di San Michele Arcangelo alla Congregazione di Santa Giustina;
•    Si sarebbe accollato il pagamento della prima annualità della tassa chiamata ‘annata’ (Le Annate erano una tassa dovuta alla Santa Sede sui benefici ecclesiastici e consistevano in un'annualità di ricavi, dedotte le spese sostenute per la gestione e per la conservazione degli stessi);
•    Avrebbe restituito liberamente e gratuitamente tutte le grandi terre del Monastero e tutto ciò che aveva acquisito in fitto, sotto pagamento annuale, dall’abate Baldassarre;
•    Poiché aveva ridotto le terre agricole a miglior raccolto (siccome, cioè, aveva apportato migliorie fondiarie) ed aveva anche arricchito i feudi di Murro e di Avinella con l’impianto di uliveti più estesi, promise che non avrebbe mai chiesto in restituzione le enormi spese sostenute;
•    Promise, altresì, di aggiungervi mandrie di animali; ovviamente vacche da latte, bufali e bufali ingrassati, buoi da giogo, pecore e scrofe;
•    Infine, avrebbe dato in donazione irrevocabile tra i vivi un certo lago, comunemente chiamato Pantanus de Lupara, dotato di idrovora, situato nel distretto di Ginosa, fatto scavare pochi anni dal Principe in una tenuta del Monastero.
Tutto ciò, però, ad una condizione: nel caso i Padri della Congregazione di Santa Giustina fossero stati espulsi in futuro dal Monastero, le donazioni si sarebbero intese come mai fatte.
Come si vede, Pirro del Balzo usò ogni genere di blandizia per indurre i Padri patavini a sposare la causa della rivitalizzazione dell’Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso, e più in generale, come già accennato, al fine di potenziare la contea sotto il profilo dell’economia e militare, non si limitò alla costruzione di Camarda, quale centro principe per un rinnovato sfruttamento della fertilità delle campagne, ma promosse l’incremento della popolazione del Caveosano (cioè dell’intero contado) con accrescimento della stessa per mezzo di esuli albanesi, schiavoni e greci fuggiaschi dalle loro terre d’origine.
Di tutta questa progettualità ed attività di Pirro, ne dà atto il solito Serafino Tanzi nella sua più volte citata opera :


Bibliografia
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Bernalda, 8 ottobre 2022
Aggiornamento (con correzioni) dell’8 ottobre 2022                                     
Nunzio Dibiase