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Mariapia Malvasi, frequentante il III Liceo  Scientifico "M.Parisi" di Bernalda, dà il suo contributo al nostro blog, alla conoscenza ed alla valorizzazione del nostro territorio redigendo un brano "Il Mito della fondazione di Metaponto" . Il racconto è tratto da “LA BASILICATA” di F. Di Sanza – (1928).

           Una leggenda narra che dopo la caduta di Troia, alcuni sopravvissuti, per sfuggire alla vista di macerie e rovine, cominciarono a navigare verso mete ignote imboccando rotte marine altrettanto sconosciute.  

          Tra i superstiti spiccavano due figure, quella di un vecchio saggio di nome Nestore e quella di Epeo, il prodigioso costruttore dell’infido cavallo di legno. Insieme navigarono verso Pilo, su una vecchia nave che sussultava quando era in balia di onde alte e violente, producendo uno sciabordio intenso, ma allo stesso tempo assordante. Le assi di legno dell’imbarcazione talvolta scricchiolavano sotto i loro piedi annunciando che il timone stava cedendo e la nave, ormai senza più direzione, era dominata dalle onde.    

            La navigazione continuò per tutta la notte tra i mille ostacoli che solo una burrasca poteva causare. Mentre la luna lasciava il posto al sole, il cielo cominciava a rischiararsi macchiandosi di lunghi batuffoli di cotone dai colori caldi. Alcuni uccelli volavano bassi e furtivi tingendo l’alba come piccole macchioline nere. Nella visuale dei naviganti, finalmente, dopo tutto il tempo trascorso, intriso di speranze per vedere qualche terra, apparve un isolotto roccioso. Esso fu raggiunto grazie alle raffiche di vento che soffiavano verso quella direzione.

            I marinai arrivarono sulla costa con le vesti lacere e sanguinanti. L’ultimo uomo a lasciare il battello fu il Re. Improvvisamente, da un anfratto, fece capolino una donna che si gettò ai suoi piedi per chiedere aiuto. Era Menalippa, che, avendo sposato segretamente Nettuno, era stata accecata e relegata nell’isola solitaria, privata dei due figli che secondo la volontà del padre Eolo, dio dei venti, dovevano essere abbandonati in aperta campagna per essere il pasto delle belve.  Quando nel cielo tornò a splendere il sole, illuminando quella terra triste e desolata, i greci, sotto la guida esperta di Epeo, ripararono i vari intacchi della nave.  In un mare calmo, somigliante ad una tavola, ripresero la navigazione e dopo due giorni approdarono alla foce di un fiume a loro estraneo. Insieme si spinsero nell’entroterra, con la speranza di incontrare dei pastori, per cercare di capire dove si trovassero e ricevere delle indicazioni per riprendere il viaggio verso mete più conosciute.      

             Le ricerche durarono fino al tramonto e i natanti si stancarono di camminare in luoghi disabitati senza ottenere le informazioni auspicate. Inaspettatamente, si avvertirono dei gemiti provenire da un terreno sassoso e incolto. I marinai tesero  le orecchie per sentire meglio e capire cosa fossero e intuirono che si trattava dei lamenti di due bambini allattati da una mucca: erano i figli di Menalippa. Si udì un grido acutissimo della donna che non più cieca per volere degli Dei, appena riconobbe i suoi piccoli, gioiosa di rivederli insieme sani e salvi, li strinse a sé in un caloroso abbraccio con la delicatezza e la premura che solo una madre ha nei confronti dei suoi pargoletti, dimostrando l’amore materno che mancò per un periodo di tempo, ma che avrebbe accompagnato i suoi figli durante tutta la loro vita. 

              Qualche tempo prima, la vista dei due bimbi addolcì anche il cuore di un giovane pastore della zona, il quale spiegò di aver disubbidito al volere del dio Eolo e di aver curato i piccoli affidandoli di giorno ad una mucca mansueta e riparandoli di notte nella sua capanna. Dopo aver ringraziato il buon pastore per le attenzioni dedicate ai piccoli, tutti insieme fecero ritorno alla nave per affrontare un altro lungo viaggio combattendo contro le intemperie del mare. Le acque erano agitate, arrabbiate, ribelli, le onde si increspavano infrangendosi contro gli scogli creando una schiuma bianca, contrapposta al colore tetro del cielo che minacciava un’irreversibile bufera. Sembrava che il mare volesse vendicarsi per un torto precedentemente subito, sprigionando tutta la sua forza ed energia acquistata durante i periodi di calma. L’ira di Eolo cominciò a divampare senza limiti. Il dio dei venti smosse una furiosa tempesta che scaraventò la nave contro gli scogli provocando terrore e incredulità negli animi dei natanti. Questi cercarono in tutti i modi di salvarsi da quel mare in burrasca che somigliava ad un mostro, ma non tutti ebbero la stessa forza e nemmeno la stessa fortuna.  Nestore e i superstiti arretrarono di qualche centinaio di metri fino a toccare una zona lussureggiante dove fondarono l’odierna città di Metaponto.                 

             Intanto, i figli di Menalippa, Eolo e Beoto, crebbero con un’immensa devozione nei confronti di Nestore ed Epeo. Alla loro morte furono seppelliti, con tutto l’oro che avevano portato da Troia, sotto una delle colonne del tempio di Hera che Nestore aveva fatto costruire. Dopo alcuni decenni furono eseguiti degli scavi nella zona, presso la nona colonna del tempio, ai piedi di un fico, e furono rinvenute gli avanzi di ossa di due cadaveri, probabilmente appartenenti agli scheletri di Nestore ed Epeo.

                 La leggenda narra che le radici del fico erano talmente profonde che penetravano sin sulla volta di un mulino sotterraneo che incessantemente macina l’oro di Troia. Quando i pastori sentivano l’ululo del vento, il mugghio del mare e il cupo fragore del Bradano e del Basento che assordavano la piana di Metaponto, vivevano ore di pena e si affrettavano ad abbandonare la zona perché tali rumori erano provocati dal mulino che frantumava l’oro e prediceva gravi eventi. Il mito della fondazione di Metaponto fu tramandato di generazione in generazione dai pastori che all’epoca abitavano in quella zona.

Mariapia Malvasi