PATRIMONIO CULTURALE

Storie,leggende e miracoli

 Pubblichiamo con piacere un lavoro di Nunzio DiBiase, già sindaco di Bernalda qualche anno fa.Un lavoro certosino, ricco di collegamenti bibliografici, frutto di una profonda passione per la nostra storia. Un ulteriore conributo alla scrittura della nostra storia, in un momento di un grande fermento culturale che sta interessando la comunità di Bernalda nell'ultimo decennio. I segnali di questo ritrovato interesse, o meglio fame di storia, lo si evince  da alcuni gruppi social a tema e dal numero sorprendente di visite di alcuni articoli, pubblicati su questo sito , da nostri volontari  e/o simpatizzanti Cea B&M. Solo per ricordare gli ultimi contributi, vorrei citare la pagina sul mito della  storia di Metaponto realizzata da Maria Pia Malvasi e l'articolo su Consalvo di Bernaudo , scritto dall'avv.Francesco Montemurro,che ha avuto  anche un seguito di grande successo nella rappresentazione teatrale realizzata nel Castello di Bernalda  dai ragazzi del Liceo Scientifico di Bernalda, durante le Giornate Fai di Primavera 2022. Nunzio di Biase, autore di questo articolo, ha dato anche un grande contributo, proprio agli studi condotti dall'avv. Montemurro sui De Bernaudo. 

Nella mission della nostra associazione  al comma C dell'art.2 è riportato:  Diffondere e promuovere la conoscenza del territorio attraverso la progettazione, attuazione e gestione di interventi rivolti alla tutela e alla valorizzazione dei beni naturali e culturali presenti nel territorio. Le nostre numerose attività sono la dimostrazione del nostro impegno in tal senso. Questo sito, sempre più visualizzato, è diventato una vera banca dati del nostro patrimonio culturale.  Ed è, nel contempo, uno spazio aperto per contribuiti che possano ancora di più arricchire la conoscenza e la divulgazione della la nostra storia

Non potevano mancare nel nostro sito  il Barone Consalvo de Bernaudo e sua figlia Cornelia, signori di Bernalda, rispettivamente figlio e nipote del fondatore Bernardino (o Berardino) de Bernaudo.

La loro storia è incredibile, meriterebbe una sceneggiatura per una rappresentazione teatrale o cinematografica. L'amico avv. Francesco Montemurro, sostenitore della nostra associazione, ha realizzato un saggio storico veramente straordinario sui personaggi de Bernaudo, un lavoro di ricerca importante durato due anni, tra archivi nazionali e spagnoli, un saggio che non può mancare nelle librerie di tutti i bernaldesi ,e non solo,  impegnati  nella valorizzazione  del nostro patrimonio culturale.

 

L'articolo che segue è una sintesi fatta dall'avv. Montemurro sui De Bernaudo.

Il Barone De Bernaudo eretico del Cinquecento e l'infelice matrimonio di sua figlie Cornelia. (Francesco Montemurro) Il libro può essere ordinato al seguente link :             https://cacuccieditore.it/montemurro-francesco 

Un personaggio sicuramente significativo della storia di Bernalda è il barone Consalvo Ferrante de Bernaudo (1500? - 1578), feudatario delle terre di Bernauda (Bernalda) e Montacuto (ora Montaguto in provincia di Avellino) dal 1520 al 1562 e poi, a seguito della morte della figlia primogenita Cornelia a cui donò in dote i due feudi,  dal 1566 sino al  gennaio 1578.

Consalvo Ferrante, figlio del nobile e famoso Berardino de Bernaudo, cosentino,  segretario delle Maestà Cattoliche aragonesi, si distinse per la sua partecipazione nel movimento valdesiano a Napoli, nel controverso periodo della Riforma e Controriforma.

La  nascita di Consalvo, quasi insperata, avendolo avuto il padre in tarda età, va a colmare la morte del fratello primogenito Gianluigi Consalvo viene battezzato a Napoli dal Gran Capitano spagnolo Gonzalo Fernandez  (Consalvo Fernando) da Cordoba.

Vivendo sostanzialmente a Napoli, sul finire degli anni 40 del Cinquecento, Consalvo iniziò a frequentare il teologo Juan de Valdes, uomo affascinante dalle belle fattezze e grande capacità di persuasione. Intorno allo spagnolo si riunisce una  parte importante della aristocrazia napoletana (Galeazzo Caracciolo che fuggirà a Ginevra, Giulia Gonzaga, Cesare Carduino, Gian Francesco Alois … ).

Il Valdes propugnava una fede intimista, spiritualista, senza mediazioni gerarchiche, prediligendo le letture di San Paolo. In realtà non consigliò mai  i suoi seguaci di staccarsi dalla Chiesa Cattolica, piuttosto li invitò a simulare di essere cattolici praticanti, pur non riconoscendo alcun valore all’autorità papale, alla confessione, al rispetto dei digiuni.

Il Nostro Consalvo iniziò sempre di più ad essere persuaso dalle idee di Juan de Valdes. Dopo la morte di Juan de Valdes a Napoli, Consalvo  divenne  un vero riferimento per i seguaci valdesiani, assumendo posizioni pubbliche sempre più imprudenti e anche oltranziste rispetto al pensiero originario del suo maestro. I suoi convincimenti diventeranno spiccatamente luterani e, per alcuni aspetti, anche calvinisti.

Alcuni degli incontri tra i seguaci di Juan de Valdes si svolgevano nel palazzo di Consalvo de Bernaudo, in largo san Giovanni a Carbonara a Napoli.

Nel luglio 1551, sotto il papato del discusso Giulio III, il vicere’ di Napoli, don Pedro de Toledo, scriveva preoccupato a Carlo V dicendo che il barone de Bernaudo stava creando agitazione  e disobbedienza con la sua setta e andava fermato  perché: “se questi baroni non rispettano Dio  e la religione come si potrà pretendere che rispettino Sua Maestà e le sue leggi?”

Consalvo venne arrestato nella notte del 18 settembre del 1552. In quella data l’inquisitore Giulio Antonio Santori  ordinò  una vera e propria retata di altri seguaci valdesiani.  Consalvo venne prelevato dal suo palazzo e portato nel carcere della Vicaria a Napoli. Gli sequestrarono il denaro che custodiva in casa e il cofanetto cilindrico dove conservava le sue lettere. Torturato e interrogato verrà condotto a Roma per essere processato. Gli atti processuale parlano di una  secta del barone Bernaudo.

In carcere, per le sue cattive condizioni fisiche, fu finalmente visitato da un medico, alla presenza dell’inquisitore Miche Ghislieri, che diventerà il futuro papa Pio V (1566-1572)

Dopo quasi due anni di carcere, nell’aprile del 1554, il barone, fu costretto ad abiurare subendo la condanna al carcere perpetuo nella “sua casa”, cioè agli arresti domiciliari, al pagamento di una ingente multa di 1500 scudi e alla confisca di un terzo dei suoi beni. Queste le imposizioni: pentirsi sincero corde, non frequentare altri eretici, non leggere ne conservare  i libri proibiti, non mangiare carni e latticini nei giorni proibiti,  far dire messa nella sua casa tutti i giorni, di confessarsi quattro volte all’anno.

Non rispetterà nessuna delle imposizioni della sentenza.

Subirà nel 1563 un secondo processo, legato alla  vicenda del matrimonio della figlia primogenita Cornelia, con il potente  spagnolo Juan de Soto.  Questi, totalmente invaghito della fanciulla, farà di tutto per sposarla. In principio subirà un netto rifiuto in quanto Consalvo desiderava far sposare la figlia ad un nobile. Il de Soto non si diede per vinto. Acquistò, infatti, il titolo di baronia da un certo Giovanni Geronimo de Gennaro, barone di Marzano ma l’acquisto del titolo non venne ratificato, cioè accettato da Carlo V.

Pertanto il matrimonio sembrava sfumato. Tuttavia Juan de Soto non si arrese. Continuò a ricattare il  barone Consalvo de Bernaudo. Cornelia diventò merce di scambio. La sua mano in cambio della liberta del barone stesso e di quella di due suoi amici valdesiani, Gian Francesco Alois e Bernardino Gargano, nobili casertani. Consalvo de Bernaudo inizialmente non cedette. Tale atteggiamento indusse Juan de Soto a diventare ancora più spietato e determinato. Denunciò infatti per eresia i due nobili casertani che vennero così arrestati.  Consalvo, temendo per la sua vita,  accettò di concedere la mano di sua figlia Cornelia.

Accadde tuttavia un vero e proprio colpo d scena. Cornelia, detestando in maniera assoluta Juan de Soto,   prese una posizione di dissenso al matrimonio molto coraggiosa. Scrisse una lettera al Vicerè di Napoli implorandolo “l’avesse fatta levare da casa de suo patre e fattala andare in alcun loco securo dove avesse potuto dire la sua volontà”. Il Vicerè, Pedro de Ribera, accettò tale richiesta, facendola rapire dai suoi uomini. Cornelia fu condotta nel Maschio Angioino!

Appresa la notizia il De Soto andò a protestare veementemente contro il vicerè, accusandolo di avergli fatto perdere l’onore, rapendo la sua futura sposa.  Il Vicerè replicò dicendogli: “Cosa credi, che io non renda  la giustizia?”

 Tuttavia il matrimonio si celebrò ugualmente nell’autunno del 1562. Si rivelerà un matrimonio infelice. La povera Cornelia, che, come detto,  aveva fatto di tutto per sottrarsi al matrimonio, morirà nel 1566.

Nonostante avesse tenuto fede alla sua promessa, il barone de Bernaudo venne arrestato nel 1563 e  Il 5 gennaio 1568, nella chiesa della di Santa Maria sopra la Minerva a Roma,  abiurò pubblicamente riuscendo a salvare la sua vita.

Fu condannato alla carcerazione perpetua, prevista per un massimo di 8 anni secondo il codice inquisitoriale. Probabilmente visse i suoi anni finali in un monastero, comunque in uno stato di detenzione..

Quello del barone Consalvo de Bernaudo è uno dei pochi casi nella storia dell’Inquisizione in cui si consentì all’eretico di abiurare per la seconda volta, senza subire la condanna a morte. Il Nostro barone morirà, come detto nel 1578.

Juan de Soto si rivelerà un infido personaggio Una visita ispettiva del cardinale Quiroga inviato a Napoli da Filippo II, lo smaschererà come un  pessimo soggetto, imbroglione e ricattatore.

L’Alois  e il  Gargano furono decapitati e i loro corpi bruciati il 4 Marzo 1564 in piazza del Mercato a Napoli. L’esecuzione causò gravi tumulti nella città campana.

 

 

Si riparte, come prima anzi più di prima.

Cea B&M sta programmando la nuova stagione di attività estive 2021, come al solito di visite guidate nelle aree archeologiche e passeggiate nelle aree naturalistiche.

 Con grande piacere ci tocca segnalare l’apertura dopo 10 anni del sottopasso ferroviario Sansone da parte del Comune di Bernalda, il sottopasso (un "Greenpass" sentieristico) porta dal Tempio di Hera   a Metaponto Lido senza percorrere la SP 175 e la SS106.

       La nostra associazione ha segnalato con articoli su questo sito web più volte la sua chiusura alle Amministrazioni Comunali. Rileviamo con grande compiacimento che l'arteria di collegamento é stata finalmente riaperta ed anche denominata con un nome dal grande valore storico.

         Con maggiore soddisfazione apprendiamo che la riapertura fa parte di un programma curato dal Team Magna Grecia 2020 del Comune affidato a Giuseppe Barberino, (con il supporto di molti collaboratori esterni all'amministrazione tra cui la nostra Associazione), ben più articolato, che mira a facilitare la visita del nostro grande patrimonio turistico, archeologico e ambientale.

         In attesa di poter visionare gli altri interventi in corso di completamento vogliano ricordare che l’alluvione del 2011 ha reso intransitabile il sottopasso in quanto sommerso da acqua e fango, in questi anni ci sono stati altri intervento di ripristino del sottopasso, ma purtroppo le pompe di aspirazione dell’acqua in eccesso sono andate sempre in avaria.

Mariapia Malvasi, frequentante il III Liceo  Scientifico "M.Parisi" di Bernalda, dà il suo contributo al nostro blog, alla conoscenza ed alla valorizzazione del nostro territorio redigendo un brano "Il Mito della fondazione di Metaponto" . Il racconto è tratto da “LA BASILICATA” di F. Di Sanza – (1928).

           Una leggenda narra che dopo la caduta di Troia, alcuni sopravvissuti, per sfuggire alla vista di macerie e rovine, cominciarono a navigare verso mete ignote imboccando rotte marine altrettanto sconosciute.  

          Tra i superstiti spiccavano due figure, quella di un vecchio saggio di nome Nestore e quella di Epeo, il prodigioso costruttore dell’infido cavallo di legno. Insieme navigarono verso Pilo, su una vecchia nave che sussultava quando era in balia di onde alte e violente, producendo uno sciabordio intenso, ma allo stesso tempo assordante. Le assi di legno dell’imbarcazione talvolta scricchiolavano sotto i loro piedi annunciando che il timone stava cedendo e la nave, ormai senza più direzione, era dominata dalle onde.    

            La navigazione continuò per tutta la notte tra i mille ostacoli che solo una burrasca poteva causare. Mentre la luna lasciava il posto al sole, il cielo cominciava a rischiararsi macchiandosi di lunghi batuffoli di cotone dai colori caldi. Alcuni uccelli volavano bassi e furtivi tingendo l’alba come piccole macchioline nere. Nella visuale dei naviganti, finalmente, dopo tutto il tempo trascorso, intriso di speranze per vedere qualche terra, apparve un isolotto roccioso. Esso fu raggiunto grazie alle raffiche di vento che soffiavano verso quella direzione.

            I marinai arrivarono sulla costa con le vesti lacere e sanguinanti. L’ultimo uomo a lasciare il battello fu il Re. Improvvisamente, da un anfratto, fece capolino una donna che si gettò ai suoi piedi per chiedere aiuto. Era Menalippa, che, avendo sposato segretamente Nettuno, era stata accecata e relegata nell’isola solitaria, privata dei due figli che secondo la volontà del padre Eolo, dio dei venti, dovevano essere abbandonati in aperta campagna per essere il pasto delle belve.  Quando nel cielo tornò a splendere il sole, illuminando quella terra triste e desolata, i greci, sotto la guida esperta di Epeo, ripararono i vari intacchi della nave.  In un mare calmo, somigliante ad una tavola, ripresero la navigazione e dopo due giorni approdarono alla foce di un fiume a loro estraneo. Insieme si spinsero nell’entroterra, con la speranza di incontrare dei pastori, per cercare di capire dove si trovassero e ricevere delle indicazioni per riprendere il viaggio verso mete più conosciute.      

             Le ricerche durarono fino al tramonto e i natanti si stancarono di camminare in luoghi disabitati senza ottenere le informazioni auspicate. Inaspettatamente, si avvertirono dei gemiti provenire da un terreno sassoso e incolto. I marinai tesero  le orecchie per sentire meglio e capire cosa fossero e intuirono che si trattava dei lamenti di due bambini allattati da una mucca: erano i figli di Menalippa. Si udì un grido acutissimo della donna che non più cieca per volere degli Dei, appena riconobbe i suoi piccoli, gioiosa di rivederli insieme sani e salvi, li strinse a sé in un caloroso abbraccio con la delicatezza e la premura che solo una madre ha nei confronti dei suoi pargoletti, dimostrando l’amore materno che mancò per un periodo di tempo, ma che avrebbe accompagnato i suoi figli durante tutta la loro vita. 

              Qualche tempo prima, la vista dei due bimbi addolcì anche il cuore di un giovane pastore della zona, il quale spiegò di aver disubbidito al volere del dio Eolo e di aver curato i piccoli affidandoli di giorno ad una mucca mansueta e riparandoli di notte nella sua capanna. Dopo aver ringraziato il buon pastore per le attenzioni dedicate ai piccoli, tutti insieme fecero ritorno alla nave per affrontare un altro lungo viaggio combattendo contro le intemperie del mare. Le acque erano agitate, arrabbiate, ribelli, le onde si increspavano infrangendosi contro gli scogli creando una schiuma bianca, contrapposta al colore tetro del cielo che minacciava un’irreversibile bufera. Sembrava che il mare volesse vendicarsi per un torto precedentemente subito, sprigionando tutta la sua forza ed energia acquistata durante i periodi di calma. L’ira di Eolo cominciò a divampare senza limiti. Il dio dei venti smosse una furiosa tempesta che scaraventò la nave contro gli scogli provocando terrore e incredulità negli animi dei natanti. Questi cercarono in tutti i modi di salvarsi da quel mare in burrasca che somigliava ad un mostro, ma non tutti ebbero la stessa forza e nemmeno la stessa fortuna.  Nestore e i superstiti arretrarono di qualche centinaio di metri fino a toccare una zona lussureggiante dove fondarono l’odierna città di Metaponto.                 

             Intanto, i figli di Menalippa, Eolo e Beoto, crebbero con un’immensa devozione nei confronti di Nestore ed Epeo. Alla loro morte furono seppelliti, con tutto l’oro che avevano portato da Troia, sotto una delle colonne del tempio di Hera che Nestore aveva fatto costruire. Dopo alcuni decenni furono eseguiti degli scavi nella zona, presso la nona colonna del tempio, ai piedi di un fico, e furono rinvenute gli avanzi di ossa di due cadaveri, probabilmente appartenenti agli scheletri di Nestore ed Epeo.

                 La leggenda narra che le radici del fico erano talmente profonde che penetravano sin sulla volta di un mulino sotterraneo che incessantemente macina l’oro di Troia. Quando i pastori sentivano l’ululo del vento, il mugghio del mare e il cupo fragore del Bradano e del Basento che assordavano la piana di Metaponto, vivevano ore di pena e si affrettavano ad abbandonare la zona perché tali rumori erano provocati dal mulino che frantumava l’oro e prediceva gravi eventi. Il mito della fondazione di Metaponto fu tramandato di generazione in generazione dai pastori che all’epoca abitavano in quella zona.

Mariapia Malvasi

Il castello di Torre Mare ed il suo territorio, nonostante fosse stato più volte abbandonato a causa di pestilenze e soprattutto malaria, è stato sempre una struttura ambita e oggetto dei desideri per la nobiltà meridionale in quanto era un porto strategico, vista la sua  vicinanza alla via Erculea (Policoro) ,nonchè  "casello" di passaggio per i viaggiatori che transitavano da Puglia a Calabria e in ultimo , un punto di partenza di uomini e merci  dal porto  a Potenza e Matera.

Dalla analisi dell'atto notarile ,sotto riportato, risalente all'anno 1594 vengono citate ,oltre alle rendite del Principe di Stigliano( Famiglia Carafa) signore di Torre Mare dell'epoca, anche alcune colture, toponimi, particolari agronomici, usi che possono  dare un'idea del nostro territorio negli anni 1594.

 

 

  

Toponimi:

Macchia et Paludecchia si riferisce alla pianura destra Basento  oggi di Pisticci soprattutto ed in parte Bernalda, ma considerato che  Torre Mare si trovava sul lato destro del Fiume Basento, appare plausibile che si trattasse dei terreni paludosi oggi identificati con le contrade Mercuragno, Macchia, Vaccariccio, quarantotto e San Basilio. 

Le Angnene, presumo che siano le Agnoni del Basento, da San Teodoro fino a Torre Accio(?), quindi fin sotto Bernalda !!!E' palusibile dal punto di vista agronomico, infatti si tratta di terreni declivi utilizzati a pascoli fertili per pecore e capre(bacchi=becchi) e in parte a seminativi.

Marinelle e Zappile: trattasi delle contrade adiacenti alla foce del Bradano, oggi chiamate Zappino e Marinella, destinate  fida pascolo invernale ma anche a seminativi.

Ioncazzo? Non conosco contrade con questo nome, forse era presente uno iazzo !

Pantanello : si riferisce ai terreni attuali con tale toponimo, il fatto che fosse stato censito come orto significa che nel 1593 la palude fosse stata parzialmente prosciugata(?). 

In  merito alle produzioni di grano, parliamo di quantità importanti, nonostante le paludi, 1463 tomoli di grano sono oltre 1000 qli di grano e 493 tomoli di orzo sono circa 250 qli . Nonostante le paludi, si tratta di produzioni significative, che devono essere mietute e trebbiate a mano, in estate nel periodo di massimo contagio della malaria. Quante vite umane sono state sacrificate per ottenere tali produzioni?  

Dall'atto si conferma che a Torre Mare era presente un mercato del pesce e che vi fosse una taverna, dati confermati anche da scritture successive.  

Il Duca Antonio Carafa , marito di Elena Aldobrandini e padre di Anna Carafa che sposa il vicerè di Napoli, venuto nella marina per controllare un partita di grano muore di peste o per avvelenamento  in una locanda di Bernalda a soli 24 anni(un giallo non risolto).

Bibliografia: I PROVENTI FISCALI DEL PRINCIPE DI STIGLIANO
(da un manoscritto del XVI secolo) 
ANTONIO MOLFESE