Tra Bernalda e Montescaglioso: il Bosco di Bufalara e gli altri demani comunali

Il Bosco Bufalara sta per essere aperto a tutti i cittadini,grazie alla pulizia dei vecchi sentieri esistenti realizzati da contadini, briganti ,cacciatori  e selvaggina. I terreni usurpati prima e poi quotizzati ed assegnati ai contadini bernaldesi, hanno dato sussistenza alle famiglie contadine bernaldesi, sin dal primo dopoguerra, secon alcune testimontanze addirittura era un lusso avere "una quota alla Bufalara", terreni da cui si ricavava ottime produzione arboree in primisi olive, ma anche fichi,mandorle, agrumi per non parlare della legna ,sia grossa che per carbonella.

Un bosco ricco di storia, oggetto di lotte contadine tra Bernaldesi e Montesi e i due comune interessati. Dall'  ARCHIVIO STORICO PER LA CALABRIA E LA LUCANIA- ANNO LXVI (1999)- ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER GL I INTERESSI DE L MEZZOGIORN O D'ITALIA-  RENATO SANSA, Cento anni prima: l'occupazione delle terre in Basilicata nel 1848  pag147, vi proponiamo un interessante articolo che riguarda proprio Bosco Bufalara.

 

bufalara222...... Può essere utile .............. delle informazioni provenienti dalle carte d'archivio, una lettura delle agitazioni contadine che attesti il loro radicamento nelle dinamiche sociali allora in corso. Uno dei casi più eclatanti fu rappresentato dall'occupazione delle terre del comune di Montescaglioso, avvenuta per opera dei vicini abitanti di Bernalda. L'analisi delle vicende svoltesi intorno ai terreni a lungo contesi tra diritti di proprietà e prerogative di uso aiuta a mostrare come l'azione dei contadini, lungi dall'essere una manifestazione spasmodica, affondasse le sue radici nella più recente storia della regione, oltre che nei delicati equilibri sociali e, per altri versi, territoriali allora stabilitisi.

Il 13 maggio 1848 una numerosa folla, secondo alcune testimonianze più di mille individui, si era recata in corteo da Bernalda verso il vicino bosco di Bufalara, che apparteneva al comune di Montescaglioso. In mezzo al folto gruppo di Bernaldesi si scorgeva una «bandiera tricolorata», mentre il loro incessante progredire era accompagnato da «suoni di tamburi e trombe». Uno spettacolo che incuteva timore e rispetto, al punto che i guardaboschi addetti alla sorveglianza del fondo demaniale osservarono la scena a debita distanza, peritandosi di non farsi scorgere in alcun modo (25).

 

Le testimonianze tratte dagli interrogatori di alcuni dei partecipanti consentono di ricostruire, oltre alle dimensioni quantitative, la composizione della massa. Alla domanda loro rivolta su chi avesse partecipato all'occupazione dei fondi boschivi, gli imputati non avevano esitazioni nel rispondere: «l'intera popolazione». Al contrario gli stessi manifestavano una impenetrabile reticenza di fronte alla richiesta di identificare gli organizzatori. La presenza dei cosiddetti «galantuomini», insieme a quella dei preti e dei monaci, oltre che della guardia nazionale, era, però, richiamata più volte, secondo un disegno che tendeva a trasformare un'azione illegale in legittima, proprio grazie ad unabufalara cartello presunta unanime condivisione delle sue ragioni profonde. Tale almeno era la ricostruzione che i partecipanti popolari proponevano, quella, cioè, di una massa non indistinta, anzi qualificata dalla presenza dei personaggi più in vista nella scala gerarchica municipale, ma che nell'ampia comprensione dei più diversi individui e delle loro ragioni avrebbe dovuto annullare eventuali responsabilità individuali (26). Da parte dei notabili coinvolti negli atti processuali veniva fornita una versione in parte diversa. Questi oltre a ribadire una sostanziale estraneità rispetto alle responsabilità organizzative, si trovavano divisi in due fazioni, che si accusavano a vicenda. Da una parte i Dell'Osso, dall'altra i Padula, nel mezzo le aspettative dei cittadini di Bernalda e il ritrovamento di un «processetto», in grado di attestare le pretese di quest'ultimi sulle terre in questione.

E forse questo il nodo della vicenda o quantomeno il punto da cui si dipanarono gli avvenimenti successivi.

Era insorta all'inizio del secolo una questione tra i due comuni sulla divisione di alcune terre feudali, per cui i Bernaldesi non avevano accettato che alcuni appezzamenti prossimi al proprio comune fossero stati assegnati a Montescaglioso (27).

Nel 1818 pare fosse stato ritrovato tra le carte di Domenicantonio Marone a Potenza una causa dibattuta presso gli «antichi tribunali della capitale aboliti», che venne acquisita dal comune di Bernalda (28). Il «processetto» avrebbe dovuto dare nuovo vigore alle ragioni di quei di Bernalda, ma non venne mai esibito pubblicamente, restando invece in possesso prima di uno, poi dell'altro dei notabili. La questione non venne però dimenticata, anzi si radicò in maniera silenziosa presso la popolazione, che continuava a ritenersi defraudata dei diritti su quei fondi posti così lontano da Montescaglioso da non essere adibiti ad alcuna coltura.

La situazione degenerò in seguito alla concessione della costituzione, atto che assunse nell'immaginario collettivo una valenza particolare, quasi ad inaugurare una fase nuova nei rapporti sociali, in grado di sanare le ingiustizie che avevano fatto covare sentimenti di rivalsa mai sopiti. Fu allora che «il popolo (...) credendosi padrone di sé, e fuori di ogni legge cominciò a tumultuare, e a dichiarare pubblicamente che si sarebbe vendicato

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 di quelli che tenevano detto processetto» (29). Sulle pressioni esercitate dal popolo nei confronti dei «gentiluomini» si soffermò anche il sindaco Luigi Gargani, farmacista (30). Dalle dichiarazioni dei maggiorenti del comune si evince l'esistenza di una sorta di opinione pubblica, in buona parte autonoma, in grado di agire sulle controparti sociali, come nel caso della pressioni esercitate per scovare le carte del tanto agognato processo. Un giovane rampollo della famiglia Dell'Osso, per contentare le insistenti richieste, si recò presso gli archivi di Napoli alla ricerca, senza successo, dei documenti favorevoli al comune di Bernalda. E fu probabilmente per allentare una pressione divenuta ormai insopportabile, che una mattina alla vigilia del primo giorno di occupazione delle terre, venne fatta trovare una copia di queste preziose carte sulle gradinate di un palazzo. Si trattava, però, di un falso, come avrebbero in seguito scoperto con somma delusione gli stessi bernaldesi, buono solo «per metterci il pepe» (31).

Ma le giornate del maggio 1848 non erano state solamente il frutto di una escalation di eventi maturata nei mesi precedenti. Si trattava, invece, di un fenomeno che aveva la sua chiave di lettura in una continuità 

che precedette e seguì quegli eventi. La pressione esercitata dai bernaldesi sulle proprietà di Montescaglioso datava ormai alcuni anni. L'occupazione violenta dei suoli boscosi altro non era che una manifestazione più intensa di una scelta strategica di utilizzo delle risorse, operata su porzioni di territorio che ricadevano nel raggio di azione di quella popolazione. Pochi anni prima, nel 1845, era 

 

stato redatto un Cabreo dei demani comunali, nel quale si trovava anche la pianta relativa al bosco Bufalara. Nella leggenda della mappa si riportava la nota degli usurpatori che avevano dissodato piccole porzioni di terreno (32). Gli undici individui di Bernalda avevano, in effetti, procurato un danno minimo all'estensione complessiva del demanio, ma si trattava pur sempre del segno di un'erosione costante, ripetutasi anche in seguito e che trovava varie forme di espressione oltre al dissodamento dei terreni boscosi.

Nella corrispondenza intrattenuta dal sindaco di Montescaglioso tra il 1844 e il 1845 si trovano frequenti richiami al bosco Bufalara. Sia che si trattasse di un incendio che aveva interessato una porzione dell'appezzamento, sia che si facesse riferimento ai continui «gravi danni che si- arrecano dai bernaldesi», risulta facile ricostruire un quadro, nel quale sono presenti forti tensioni a carico di una risorsa contesa tr

a diritto di proprietà, cui non corrispondeva un pieno utilizzo, e una prerogativa di uso, priva di una legittimazione sul piano giuridico. Il primo cittadino di Montescaglioso nel riportare notizie di questi ripetuti abusi era in grado anche di individuare sinteticamente le ragioni di questi comportamenti illeciti. Egli infatti notava come i bernaldesi fossero avvantaggiati dalla vicinanza ai fondi in questione (Bufalara, ma anche Torrone, Avenella, Campagnolo) e "forzati" dalla circostanza di essere «privi di tal proprietà» (33). In altre occasioni si riportava il tentativo di aprire senza alcuna autorizzazione una strada in quei tenimenti, con il rischio di un'ulteriore incremento dei prelevamenti forestali, o di una accresciuta 

audacia che li spingeva non solo a prelevare legna, ma anche a «raccogliere abusivamente frutti agresti e a disturbare i fidatari di quelle difese comunali» (34). Quest'ultima annotazione permette di stabilire che i bernaldesi attuavano un uso organico della risorsa, dalle essenze legnose fino alle colletta di frutti selvatici, che entrava, però, in contrasto con la pianificazione dello sfruttamento auspicata dalle autorità di Montescaglioso. Queste infatti concedevano tali demani in affitto ai cosiddetti «fidatari», che li utilizzavano per il pascolo. Due diversi modi di valutare le potenzialità economiche della risorsa si fronteggiavano, una competizione che avrebbe contribuito ad addensare su quei boschi ai confini dei due comuni nubi minacciose. La scelta di procedere all'occupazione dei boschi di Bufalara non era dunque la 

conseguenza di un gesto inconsulto, ma il frutto di una situazione a lungo maturata, la cui collocazione strategica nelle scelte economiche delle popolazioni del luogo trovava riscontro nella reiterazione delle usurpazioni, che continuarono anche dopo le vicende del 1848.

Ancora nel 1856 uno «specchietto di avvenute dissodazioni ne' boschi comunali di Montescaglioso» registrava solo in quell'appezzamento quattro usurpazioni attribuite ai cittadini di Bernalda, riportando i loro nomi ma non l'estensione dei dissodamenti (35). Un successivo dettagliato «statino» del 1864 riepilogava la situazione delle usurpazioni compiute in più demani del comune di Montescaglioso fino al 1845 e da quell'anno al 1864: neanche a dirlo, con l'eccezione di due abitanti di Pomarico, sono i bernaldesi a farla da padrone (36). Quest'ultima verifica attuata nel periodo post-unitario può essere inquadrata in quelle operazioni preliminari, necessarie all'avvio della divisione dei demani, che si sarebbero concluse nei decenni successivi. Alla data del 1883 passando in esame i lavori fino allora effettuati, l'agente demaniale Nitti presentava ai suoi superiori un'articolata relazione sullo stato dei lavori relativi alle quotizzazioni dei demani. 

Nelle pagine della sua comunicazione raffigurava una situazione tutt'altro che rosea.

Le quotizzazioni non sembravano aver raggiunto il loro scopo, a causa soprattutto «dell'infingardaggine dei concessionari». Questi a causa della lontananza dei demani alienati avevano proceduto ad affittare le quote loro spettanti ai 

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cittadini di Bernalda, tanto che l'agente si trovava costretto a considerare come «la suddivisione testé espletata, sia ricaduta ad esclusivo utile ai cittadini del comune di Bernalda, non mica di Montescaglioso» (37). Al momento dell'assegnazione delle quote «centinaia di Bernaldesi giornalmente venivano sul luogo dove si procedeva all'assegno, e colà negozia [vano] il fitto con i concessionari», tutto ciò avveniva sotto gli occhi dell'agente, ancora prima che egli potesse «distaccare le quote». In questa ricostruzione i contadini di Montescaglioso, «sono proprio i contadini, che spogli di ogni altra proprietà, e vivendo dell'esclusivo lavoro giornaliero delle loro braccia, quelli appunto che hanno fittato le quote», appaiono «esclusivamente intenti a patteggiare elevati fitti, ad anticipo di somma», sordi ad ogni sollecitazione che proveniva dallo stesso agente, affinché tentassero di mettere a frutto i loro appezzamenti (38). Nel frattempo i fondi in questione avevano mutato non solo proprietario, ma anche in parte la loro fisionomia. Le quotizzazioni di dieci anni prima erano state infatti precedute dall'autorizzazione ad un sostanziale disboscamento dei demani Bufalara e Torrone (39). Si trattava in fin dei conti di un esito scontato, al quale la comunità di Bernalda aveva teso, seppure con forme del tutto differenti, già nel corso del 1848. Una volta recatisi nel bosco la popolazione aveva atteso a tagliare gli alberi, a porre termini lapidei, a formare stradoni, tutte operazioni ritenute necessarie per dare concretezza all'acquisizione delle terre. Veri e propri atti possessori, piuttosto che un assalto immotivato e predatorio, che ebbero comunque un elevato costo economico. Il «processo verbale» relativo ai danni verificatisi nei boschi del circondario riferiva di un ammontare complessivo a 246.806 ducati, di cui 157.824 solo per il bosco

 

Bufalara (40). Le conseguenze di una tale azione si fecero forse sentire anche sul livello degli affitti, che il comune di Montescaglioso ricavava dalle difese invase. Gli introiti delle difese Campagnolo, Bufalara e Torrone erano di appena 780 ducati negli anni successivi all'invasione, per poi salire a 1205 sei anni più tardi (41). D'altronde già qualche anno prima i continui abusi perpetrati a danno dei demani comunali avevano indotto notevoli difficoltà nel collocare sul mercato tali affitti (42).

Eppure di fronte a questo complesso stato di cose il livello di comprensione delle autorità pare viziato da un approccio preconcetto. Nel riassunto degli atti processuali si trova infatti scritto che «le principali cure dell'inquisitore furono quelle di assodare chi spinse il popolo a tali eccessi, mentre la plebe non si muove senza urti, e senza suggestioni di coloro che si reputano forniti di maggiori lumi, ed hanno una certa influenza nel diriggere le azioni del popolaccio» (43).

Può forse apparire singolare come questa pregiudiziale sia sopravvissuta così a lungo, passando poi nelle interpretazioni degli storici. A maggior ragione se si tiene conto che altrove, il medesimo estensore delle note riassuntive del processo conferiva al «popolaccio» una certa autonomia di azione, in grado anche di influenzare le posizioni dei «galantuomini».