“Conosci te stesso” era la massima incisa nel santuario di Apollo a Delfi, un invito del dio all’uomo affinchè riconoscesse i propri limiti di essere mortale ma anche, e soprattutto – come avrebbe scritto Platone nell’Alcibiade Maggiore – il monito a guardare il divino che è in noi per ritrovare quel Bene al quale è legata la natura più profonda dell’esistenza umana e del mondo; un Bene che è inscindibile dal Bello, entrambi alimenti vitali di una natura giunta alla realizzazione piena della propria essenza. Una sintesi, quella fra etica e bellezza, che ha il suo simbolo più elevato in Apollo, al tempo stesso sapiente, apportatore di ordine e musico, laddove la musica è a sua volta emblema di ogni ordine e dell’equilibrio del saggio. Ebbene, secondo il mito, fu proprio Apollo ad eleggere i più grandi saggi dell’antichità individuandone 7, numero a lui sacro, e fu il suo oracolo di Delfi a stabilire che un tripode d’oro rinvenuto in mare durante la pesca andasse al più saggio di loro: venne assegnato a Talete di Mileto che, nella sua estrema umiltà, decise di offrirlo ad un altro dei Saggi; ma nemmeno questi si ritenne degno del prezioso omaggio, per cui il tripode passò dall’uno all’altro venendo alla fine consacrato ad Apollo, unico e vero maestro di saggezza. Il tripode divenne così simbolo di Apollo.

Il Tripode di Metaponto, bronzo, VI sec. a.C. | Altes Museum, Berlino

Il Tripode di Metaponto, bronzo, VI sec. a.C. | Altes Museum, Berlino

Ed è proprio un tripode quello che da Metaponto, un tempo importante città della Magna Grecia ed oggi piccola frazione in provincia di Matera, è giunto all’Altes Museum di Berlino, già sede della molto più famosa e contesa Persefone,   . L’oggetto, realizzato in bronzo nel VI sec. a.C., è uno dei pochissimi esemplari antichi di tripode ad essere giunto pressoché intero fino a noi e presenta una ricca e complessa decorazione dai tratti arcaici, formata da leoni e serpenti nella parte inferiore, da buoi, palmette e boccioli di loto nella parte mediana e da leoni accovacciati e protomi di cavallo in quella superiore, mentre ciascuno dei tre piedi termina in forma di zampa leonina. Secondo quanto afferma la studiosa Maria Angela Tolazzi in L’Arte svelata, l’esuberanza decorativa di questo affascinante oggetto lo renderebbe “attribuibile ad una fabbrica tarantina”, oltre a dimostrare “la grande vitalità artistica di questi territori, espressa in una vivace interpretazione dei modelli figurativi e stilistici della madrepatria”. Esemplari simili sono stati ritrovati a Cipro, nelle isole greche e in centri costieri dell’Asia Minore.

Nell’antichità il tripode era un sostegno che sorreggeva il lebete, recipiente col quale si scaldavano vivande sul fuoco, ma anche un oggetto votivo o un omaggio per ospiti e atleti vittoriosi. Lo ritroviamo infatti in Omero come simbolo di ospitalità e di elogio per i vincitori negli agoni sportivi, e in Esiodo come premio in quelli poetici. Erodoto racconta invece di tripodi finemente decorati o recanti iscrizioni, destinati ad offerte dedicatorie agli dei anche fuori da contesti competitivi. Ma il tripode più famoso è senza dubbio quello sul quale sedeva la Pizia, la leggendaria sacerdotessa di Apollo che, circondata dai misteriosi vapori provenienti da una fenditura nel terreno, pronunciava i suoi responsi oracolari nel santuario di Delfi.

In Magna Grecia il tripode delfico fu uno dei simboli più ricorrenti nella monetazione di Crotone, ma lo si ritrova anche in quella di Metaponto, città devota al dio come racconta Strabone nel I° sec. a.C. rievocando la fondazione mitica della città magno greca: “Questa città si dice sia stata fondata da un gruppo di greci, originari della città di Pilos, cioè da quelli che sotto la guida di Nestore tornarono da Troia con le navi. Si reputa che essi siano stati i primi a coltivare il territorio, ed è per questo che essi hanno dedicato a Delfi l’intera messe estiva, di colore oro splendente…”. E se il frumento metapontino prendeva il mare per raggiungere l’isola sacra, anche le sue spighe si trasformarono in emblema della città impresso sulle monete. Ma il legame forse più misterioso fra Metaponto e il culto di Apollo passa attraverso la figura di Pitagora, il grande filosofo di Samo che per la vastità della sua sapienza fu detto ‘Figlio di Apollo’ e nella città sullo Jonio visse e operò fino alla morte fondandovi una delle sue scuole.

di Alessandro Novoli