Il castello di Torre Mare è presente a Metaponto nei pressi della Stazione ferroviaria, sulla destra prima dello scalo ferroviaio per chi arriva sia dallla SS Basentana,che dalla SP175 da Matera per intenderci. Il Castello è stato di recente restaurato e sarà adibito ad un importante struttura museale. Nella sala dell'episcopio di Matera è presente un affresco  con il nome di   Turris Maris, ovvero Metaponto, ed è rappresentato da un castello-torre d’ avvistamento  nell’antico porto di Metaponto e costruito in prossimità della foce del Basento.
Il mare formava una insenatura rotondeggiante adatta all’ormeggio delle navi. Successivamente dall’insenatura si originò il lago detto di Santa Pelagina che poi divenne palude. Il nome Metaponto fu in uso fino al XI sec. quando i Benedettini cominciarono a chiamarla “Civitas Sanctae Trinitatis”.
Con la costruzione del castello-torre, i Normanni la chiamarono Turris Maris. Il nome dell’antica Metaponto fu ripreso nel 1886. Una immagine fortemente evocativa delle torri d’avvistamento costruite nel nostro territorio per la difesa dalle incursioni turche.
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tratto da "BASILICATA REGIONE Notizie, 1991

Abbiamo scelto questa descrizione che fa sintesi del Castello e della sua storia.
II complesso di Torredimare, che sorse sul versante occidentale dell'antica Metaponto, la cui area con quella della "Siritide" veniva a comprendere la "Magna Grecia" lucana, non va semplicemente considerato una masseria fortificata, alla stregua delle altre che si attestano nel Materano. Si tratta di una masseria-casale che nel medioevo assurgerà ad una tale importanza strategica, nonché di sviluppo agricolo-commerciale, da progredire al ruolo di "castrum" e. particolarmente, a quello rilevantissimo di "Civitas" o di "Universitas Turris Maris", come si testimonia dagli atti inerenti il Metapontino. La successiva e letale azione della malaria endemica e la peste nel 1656-57 ne faranno quasi un deserto, così innescando un'irreversibile involuzione da florida e rigogliosa "civitas" a borgata pressoché disabitata, come pure un forte degrado del complesso edilizio che, tra l'altro, insieme alle rovine della città greca e del "castrum" romano, diverrà oggetto di saccheggio da parte della popolazione indigena, per ricavarne materiale edilizio.
Persistono ancora, malgrado tutto, alcune strutture superstiti che, non senza una traccia di nostalgia, rinviano all'antico sito fortificato (1) ed alla suo essenziale incidenza territoriale, ormai trascorsa per le vicende umane e sociali su esposte, per l'edacità del tempo e per la barbarie degli uomini; quelle malconce ma interessanti strutture consistono in tre gruppi di caseggiati, individuati nella piccola chiesa di S. Leone, nella taverna e nella caserma dei guardacoste.

1 Negli atti documentari del Metapontino, insieme alle voci di "casale" e di "castrum", si riscontra una terza denominazione: quella di "castellum" che, per qualità e consistenza numerica di apprestamenti difensivo-residenziali, vince le prime due e meglio si conviene al complesso considerato.

BIBLIOGRAFIA

M. TOMMASELLI, Masserie Fortificate del Materano, Editore De Luca - Roma 1986. 
L. SAMBI, La casa contadina. Atlante, vol. V, Ed. Einaudi, Torino. 1976.

 
 
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Il contributo della produzione letteraria di F.Lenormant nel 1879 è sicuramente un testo importante per il Castello di Torre Mare,una pietra miliare in quanto descrive non solo la struttura ma anche le paludi circostanti.
 
FRANÇOIS LENORMANT
(1879, 1881, 1882)
 
Dopo essere stato una prima volta in Puglia nel 1866, François Lenormant (1837-1883), vi ritornò una seconda volta nel 1879, accompagnato dalla moglie Edith de Castillon e dalla nipote. Nel corso di questo secondo viaggio visitò, verso la metà di ottobre, anche Metaponto, l’antica città achea della Magna Grecia, per poi proseguire in Calabria ed in Grecia. Il Lenormant, laureato in giurisprudenza presso la Sorbona di Parigi, era già professore di archeologia presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, nella cattedra che fu di Quatremére de Quincy, Raul-Rochette e di Ernest Beulè. 
Aveva fondato nel 1875 con il suo amico, il barone de Witte, la “Gazzette archéologique” ed aveva all’attivo la produzione di numerosi testi scientifici riguardanti la numismatica, l’archeologia della Grecia, la storia e gli avvenimenti della Siria, il vulcano di Santorino, la storia d’Oriente, la popolazione caldea ed il diluvio universale, le scienze occulte in Asia, ovvero la scienza sumero-accadica, i popoli assiri e babilonesi, le monete dell’antichità e della Lidia, la scrittura cuneiforme.
Sin dai quattordici anni il figlio del grande numismatico Charles aveva iniziato ad approfondire la conoscenza del mondo antico e delle arti, unitamente alle lingue antiche e moderne, all’epigrafia, alla paleografia, al diritto romano, all’architettura, all’astronomia, alle scienze matematiche e fisiche. Il suo bibliografo E. Babelon lo definì “lo studioso più fecondo e universale dell’Ottocento”. 
L’archeologo francese era, inoltre, un attento viaggiatore ed acuto sociologo, dalla forte passione civile e politica. Nei suoi studi e note di viaggio, dal carattere volutamente divulgativo, spesso descrive le condizioni sociali ed economiche di centri e territori attraversati e delle classi contadine, valutando le politiche poste in essere e le possibili riforme da attivare. Gli studi sulla Magna Grecia non si attardano soltanto sulla ricostruzione della storia antica di quei territori, ma la ricontestualizzano, attraverso il viaggio, in una modernità carica di questioni e problemi, antichi e moderni. 
TORREMARE1La formula narrativa e vitale, da lui adottata, del viaggio nella storia, gli consentiva continui raffronti e paragoni fra civiltà, epoche e periodi differenti, nel bagno vitale della modernità. Era così possibile ricucire, anche in termini storici e scientifici, i frammenti ancora visibili e disponibili della storia antica esplicatasi nelle singole aree geografiche e territoriali, ridando ad ogni parte la giusta collocazione nella storia complessiva, svelandone le reciproche influenze e le rielaborazioni culturali. 
La modernità del suo metodo consiste, secondo noi, proprio nella ricerca dei livelli di raffronto, a lungo tratteggiati e studiati, nel “continuum” della storia dei popoli. 
Di Metaponto e di altri luoghi e territori della Magna Grecia l’archeologo francese traccia la storia antica, delineandone il profilo contemporaneo. 
Le antiche terre dalla Magna Grecia, popolate in diverse ondate dai coloni greci, erano divenute ormai regno del latifondo e della malaria, estendendosi tra stagni ed acquitrini. A Metaponto “i poveri contadini, con le loro famiglie” ed il personale della Società delle Ferrovie Meridionali aveva “il viso pallido, la tinta oliva, le membra dimagrite, il ventre gonfio”, unici abitanti di un luogo spopolato e paludoso. 
La pianura, interrotta ogni tanto da “oasi di verde” alimentate dalle acque che fluivano liberamente, presentava alla foce dei fiumi “piccoli laghi dalle sponde coperte di canne e di ninfee, sui quali pende(va)no grandi alberi inclinati dalla vecchiezza. Giovani liane dal verde scintillante, fa(ceva)no la scalata a questi alberi cercando l’aria e la luce, si attacca(va)no ai loro rami e rica(deva)no giù festosi fino alla superficie del lago”. A Torredimare, la stazione ferroviaria di Metaponto, l’antico castello del medioevo, ritoccato nel XVI secolo, era stato da tempo smantellato e trasformato in casa colonica. Lì una piccola chiesa consentiva di assistere alla funzione religiosa domenicale ai contadini di Bernalda che lavoravano quelle terre, accampandosi “nei locali secondari delle masserie” o “in capanne di fogliame”. 
Giungendovi attraverso i campi coltivati, privi di “vie battute o almeno selciate”, si potevano visitare “le antichità metapontine”, noleggiando in qualche masseria “un’alta carrozza poggiata su due ruote”, sperando di non restare intrappolati nel terreno fangoso nei giorni di pioggia. L’archeologo, oltrepassata la linea di tombe già scavate l’anno precedente dal Lacava, si diresse prima alla masseria Sansone. In quei pressi il duca de Luynes e l’architetto Debacq avevano individuato i resti di un tempio greco dorico. Constatato lo stato dei luoghi, egli lamentò che nessuno avesse ripreso successivamente in quel sito regolari ricerche e che diversi reperti fossero stati nel frattempo utilizzati nella costruzione della casa colonica. 
Dalla masseria Sansone, dopo tre quarti d’ora di percorso, giunse alle Tavole Palatine “il rudere più cospicuo di Metaponto”, il tempio dorico esastile di cui restavano in piedi soltanto quindici colonne, dieci del lato nord del peristilio e cinque del lato sud. Non vi ritrovò alcun avanzo del fregio, della cornice o dei frontoni, né dei muri delle celle o delle loro fondazioni, mentre in una pubblicazione del Raul-Rochette di fine Settecento risultava che da lì provenissero due “mosaici di pietre di diversi colori in bassorilievo policromo” di estrema rarità, provenienti dalla collezione dell’arcivescovo di Taranto, Giuseppe Capecelatro, che vi aveva fatto condurre degli scavi verso la fine del Settecento. Intanto le colonne del tempio dedicato ad Hera (il Lenormant lo ritenne dedicato a Demetra) erano state perimetrate da “un lugubre muro di cimitero”, che inibiva l’effetto visivo dei resti del tempio immerso tra i coloriti prati autunnali, tra cui svettavano le scille marine che la moglie e la nipote del Lenormant raccolsero a “bracciate prima di risalire sulla carretta” destinata a ricondurli alla stazione di Torredimare. 
Lo studioso, interessato durante quella visita alla ricognizione dei luoghi ed alla verifica dei reperti, ebbe modo di annotare l’esistenza di “una linea di tombe” non censita nell’opera del duca de Luynes, in cui sarebbero stati “facili e produttivi degli scavi”, individuando, nel Lagone di Santa Pelagina, “un piccolo lago circondato da folte canne”, il sito del porto di Metaponto. Sulle sponde di quel lago, comunicante con il mare per una via che “le sabbie ostrui(va)no”, il Lenormant suggellava una pagina memorabile, “nell’ora in cui il sole tramontando sparisce dietro le montagne della Basilicata”. 
TORREMARE3Così scriveva: “La tramontana, che ha infuriato tempestosamente durante la giornata, è caduta all’approssimarsi della sera, e il mare non ha più che un avanzo di ondate, che lo scuotono pesantemente. La natura è tacita e calma, ed ogni minimo rumore si avverte in mezzo al silenzio universale. Le acque del piccolo lago riflettono le tinte rossastre di cui il cielo è ancora colorato, mentre il mare diviene di un grigio plumbeo. Dei mignattini radono le onde con le loro candide ali; due fenicotteri, immobili sulla sponda della laguna, poggiati sui loro lunghi trampoli, hanno l’atteggiamento grave dei filosofi assorti nella meditazione; un anatroccolo stride in mezzo alle canne; dei chiurli, ritornando dalla pastura, passano per l’aria col loro fischio lamentevole che somiglia al gemito di un fanciullo. Dalla campagna sale lo zirlìo dei grilli sulle terre lavorate, ed il gracidare armonioso delle rane nascoste fra il fogliame dei cespugli. È la vera sinfonia della solitudine, alla quale il mormorio consueto del mare fa da basso profondo e continuo. Nulla saprebbe rendere l’impressione solenne di pace e di riposo in questo momento del giorno sulla deserta spiaggia del mar Jonio”. 
Ritornati alla stazione ferroviaria, in attesa dell’arrivo del treno per la Calabria, ancora una volta il viaggiatore contemplò “la volta celeste scintillante delle sue costellazioni, che Pitagora vide, anch’egli, brillare negli stessi luoghi (…) e che già nei secoli della favola, guidarono Ercole su questi lidi”. Emergeva la luna “a grado a grado dalle onde, enorme e sanguinante”, mentre con la moglie e la nipote saliva sul treno. Quanto al valore che egli attribuiva al viaggio gioverà annotare le sue parole: “Quando le descrizioni degli scrittori sono lette sul posto, acquistano una vita, un rilievo, una realtà, di cui altrove sono del tutto prive. La vista dei luoghi è necessaria, per riportarsi completamente con l’immaginazione in mezzo agli uomini che vi vissero ed agli uomini di cui furono attori”. 
Attraversando la costa ionica, individuava sulla collina di Policoro, “nel suo altipiano allungato, il sito archeologico dell’antica Heraclea”, di cui nel 1732 erano venute alla luce le famose Tavole opistografiche, illustrate dal Mazzocchi. In quei luoghi era vissuto Zeusi, “primo fra i pittori ellenici”. 
Descrisse anche le condizioni e le sofferenze dei contadini “il più delle volte un semplice operaio agricolo, immerso nella più dura povertà”, negli antichi territori della Siritide e del resto della costa ionica. 
Le solidali e partecipi pagine dell’archeologo francese, dedicate al tema della miseria rurale ed alla necessità di una riforma del regime proprietario ed agrario del latifondo, vennero subito tradotte a Castrovillari dallo studioso di archeologia, Giuseppe Gioia, dopo l’uscita del primo volume della sua triade “La Grande Grèce”. Trovarono eco immediata su periodici e giornali stranieri, come ad esempio negli scritti, apparsi a Ginevra, di E. de Laveleye e di Adert, da lui menzionati in un’altra opera. “Chi potrebbe mai credere -scriveva Lenormantche esistono in Europa, in un grande regno civilizzato, regioni in cui si può far sistemare i fossati delle praterie paludose, non avendo che dei panieri per levarne la melma, impiegando in luogo delle bestie da soma delle povere donne, delle giovinette, dei fanciulli, letteralmente affogati sotto il fango che cola dai vimini mal connessi sulle loro teste e sulle loro vesti. È uno spettacolo di miseria e di degradazione, al di là del quale non si può andare, e del quale, quando se ne è stati spettatori, non è possibile cancellare il ricordo”. 
TORREMARE2A volte la descrizione del lavoro nei campi acquista nella sua pagina il valore pittorico di un documento. Così quella del tempo della semina nei campi di Policoro, dove si vedevano: “sino a venti o trenta aratri camminare in riga; ovvero una schiera di parecchie centinaia di uomini, che avanzano risalendo la terra con la zappa. Il fattore amministratore ed i suoi aiutanti a cavallo, seguono incessantemente la schiera dei lavoratori, incitandoli al lavoro, dirigendoli, sollecitando gli accidiosi. Si direbbe una truppa nel campo di manovre, comandata dai suoi ufficiali a cavallo. Nulla di più pittoresco di questo spettacolo; è il lavoro dei campi condotto come una spedizione militare. Nei giorni più caldi, allorché si mietono le messi, è una vera “campagna” e così mortale come se si andasse incontro al fuoco del nemico. L’agricoltore è qui un soldato, che ingaggia un regolare combattimento contro le ostili influenze della natura; e non passa giornata senza che qualcuno dei lavoratori non cada per non rialzarsi sul campo stesso ch’egli miete, fulminato dalla febbre palustre o colpito dalla insolazione. Lascio immaginare -aggiungeva- quali sono i danni della malaria, quando la sera dopo una penosa giornata, i contadini mal nutriti, bagnati di sudore, non hanno per coricarsi che dei capanni mal chiusi o delle tettoie di fogliame, ove prendono liberamente il freddo della notte e le umide esalazioni delle paludi”. 
Tra le cause della miseria contadina individuava il regime del latifondo, la completa mancanza di una piccola e media proprietà terriera, l’assenteismo dell’aristocrazia terriera, che faceva coltivare le proprietà a fattori o mercanti di campagna, che ne fittavano le terre. Gioverà sottolineare, in questo senso, la coincidenza delle osservazioni del francese Lenormant con l’analisi socio-economica e politica di Leopoldo Franchetti, il quale nel 1875 aveva pubblicato i risultati del suo viaggio nel meridione. 
Questi padroni transitori opprimevano in mille modi i contadini, ai quali non restava che l’emigrazione verso l’America, dal momento che la nuova Italia nulla aveva fatto sino ad allora “per apportar rimedio alle sofferenze delle sue popolazioni rurali”. Il cattolico Lenormant suggeriva di adottare, come al tempo dei Gracchi, una legge di riforma agraria “se non si voleva incorrere in crisi sociali funeste per la libertà politica, tagliando corto contro il pericolo del diffondersi del socialismo nelle campagne” attraverso “ardite e feconde riforme”. Ulteriori annotazioni di quel viaggio sono dedicate alla foresta di Policoro, il cui sfruttamento avrebbe procurato al proprietario “buoni guadagni”. 
Evidenziata l’esistenza in quel bosco di “qualche capanna di carbonai”, descriveva “la frescura delle sorgenti e del fiume (che) combatte l’azione divorante del sole consentendo alla vegetazione di svilupparsi con un abbondanza ed un rigoglio incredibili”. Il Lenormant definiva il bosco dei Pantani di Policoro, “una vera foresta vergine” che “ da secoli non conosce(va) più la scure”. Dal finestrino del treno, dopo aver descritto il sottobosco di cui elenca le diverse specie, alcune nient’affatto tipiche di quel bosco, osservava: “In mezzo alle boscaglie emergono, di tanto in tanto dei grandi alberi che drizzano le loro vette, salendo dritto ed alto per spandere le loro cime nell’aria e nella luce, o torcono i loro tronchi e i loro rami in forme bizzarre con l’apparenza di un estrema vetustà”. 
L’archeologo francese ritornò nel Metapontino nel 1881, nel corso del suo viaggio per visitare la terra d’Otranto. Fu a Metaponto con Felice Bernabei, vice del Fiorelli e con Luigi Viola, ispettore archeologo di Taranto, città in cui erano ormai pronti i progetti per il taglio del canale navigabile. Con ques’ultimo aveva avuto modo di visitare, nella città dell’omonimo golfo, musei pubblici e privati, consentendo di arricchire la collezione del Louvre parigino di numerosi reperti e vasi antichi (tra cui ottocento terracotte provenienti quasi tutte da Taranto), e di copiare iscrizioni antiche, edite ed inedite, in modo da dare gli ulteriori ritocchi all’altro volume de “La Grande Grèce” che stava preparando. 
Ritornato nuovamente nel Meridione “per completare l’esplorazione archeologica della Magna Grecia”, l’archeologo francese visitò i centri dell’antica Apulia e Lucania. Questa volta il viaggio, diversamente dagli altri, rientrava in una missione archeologica regolarmente autorizzata dal Ministero francese della Pubblica Istruzione, per estendere le ricerche di cose antiche “ad una parte del territorio dell’antica Lucania”, sino ad allora “studiato e conosciuto in maniera molto imperfetta”. 
Giunto in Puglia fu ricevuto ed accompagnato dal Bernabei nel viaggio in quella regione, in Basilicata ed in Calabria. Dopo aver visitato Termoli, Foggia, Siponto, Manfredonia, Monte S. Angelo, Lucera, Troia, e attraversato la valle dell’Ofanto, seguendo in carrozza la “strada nuova” per Melfi, giunse nella cittadina normanna nella seconda metà di settembre del 1882. 
I due archeologi vennero ricevuti in terra lucana dall’ispettore regionale alle antichità, Michele Lacava. Proseguirono il viaggio per Rapolla, Venosa, Banzi, Acerenza, Pietragalla e Potenza. Da lì Lenormant e Bernabei furono di nuovo a Metaponto, dove giunsero in treno in un mattino di fine settembre. Michele Lacava fece da guida nella visita agli scavi da lui praticati a Metaponto ed al piccolo museo allestito in una casa presso la stazione ferroviaria. A lui raccomandò la prosecuzione della ricerca per portare alla luce l’antica città, poiché così scrisse: “In nessuna parte si dovrebbe scavare molto a fondo per ritrovare la pianta completa della città; dappertutto lo strato di cocci e di terra vegetale ha soltanto un sottile spessore al di sopra dello strato antico. È in quel luogo che si può seguire la traccia completa degli edifici le cui mura allineate affiorano quasi alla superficie del suolo attuale, nelle linee che si disegnano nei campi, attraverso delle spighe più magre e biondeggianti prima delle altre”. 
Con loro fu anche il capitano del Genio francese, Marnier, con il quale discusse della localizzazione del porto antico di Metaponto. Il Bernabei e l’archeologo francese proseguirono in treno per la Calabria, spingendosi sino a Reggio e visitando in carrozza altri centri posti sul Tirreno (la descrizione è riportata nel terzo volume del “La Grande Grèce” edito postumo nel 1884) per poi rientrare nuovamente in ferrovia a Potenza. 
Visitati nel capoluogo lucano alcuni reperti affiorati nel corso dei lavori di adeguamento dell’istituto delle Gerolomine ed analizzate ulteriori epigrafi, il Lenormant, il Lacava ed il Bernabei, utilizzando in parte la ferrovia, la carrozza ed a piedi, attraversarono Picerno, Muro Lucano ed i centri del Vallo di Diano e del Cilento, nei territori dell’antica Lucania. Da Eboli il Lenormant rientrò in treno a Napoli e da lì a Parigi. 
Nel corso dell’ultima parte del viaggio nel Cilento al Lenormant si era riacutizzata la ferita alla gamba subita durante la battaglia per la Comune di Parigi e fu costretto a letto per un lungo periodo. Ripresosi, continuò a lavorare per circa sei mesi al terzo volume del “La Grande Grèce”, a licenziare per la stampa le note di viaggio in Apulia e Lucania ed a correggere le bozze dell’ennesima edizione del suo fortunato volume sulle medaglie e le monete antiche. La morte lo colse nel dicembre del 1883, nel pieno di un lavoro ancora fervido. La sua voluminosa produzione, poco nota in Italia nella sua interezza e solo in parte tradotta, attesta i grandi meriti di questo francese in diversi settori, oltre che nel campo dell’archeologia. 
Ai testi sulla Magna Grecia, sull’antica Apulia e Lucania, volle dare un carattere divulgativo, scrivendo libri-guida che comportavano la “descrizione dei luoghi o dell’aspetto del paese, storia, mitologia, archeologia monumentale, topografia e geografia”, con l’intento di comunicare al più vasto pubblico le scoperte legate alla storia generale dell’Ellenismo e del Medioevo, attraverso la rivisitazione di luoghi che furono il teatro di una grande Storia. 
Si trattava -scrive il Lenormant facendosi propagatore dell’immenso patrimonio storico culturale del Mezzogiorno d’Italia- “di una specie di viaggio, di muove scoperte, che in molti avrebbero potuto fare a seguito della costruzione delle ferrovie e della repressione del brigantaggio”, che avevano “ormai cambiato completamente le condizioni di viaggio (…) tranne qualche cattivo alloggio”.
 
FRANÇOIS LENORMANT, Le Grande Grèce. Paysages et histories, ed. Levy, Paris, 1881-1884, vol. I-III ; A travers l’Apulie et la Lucanie. Notes de Voyages, ed. Levy, Paris 1883, vol. I-II. Per la traduzione in italiano dei volumi de La Grande Grèce cfr. La Magna Grecia. Paesaggi e storia, versione dal francese con note di Armando Lucifero, ed. F.lli Pirozzi, Crotone 1931-33, 3 voll., ristampa ed. Frama Sud, 3 voll., Catanzaro 1976; Della questione agraria in Italia e della miseria del contadino nelle province meridionali, traduzione di G. Gioia (brani dal vol. I, cap. III, 1 e 2, Tip. Del Calabrese, Costrovillari 1882). Per la traduzione in italiano dei volumi À travers l’Apulie et la Lucanie. Notes de Voyages, cfr. Venosa e Melfi, trad. ital. di Giustino Fortunato, ed. Botta, Roma 1883; ATANASIO MOZZILLO, Viaggiatori stranieri nel Sud, ed. Comunità 1964; G. DATOLI, O. FIORINO, Viaggiatori francesi in Puglia nell’Ottocento, Il viaggio di F. Lenormant, ed. Schena, Fasano (Lecce) 1989, vol. IV, in cui è contenuta la traduzione della parte pugliese del viaggio; F. LENORMANT, Due francesi ad Acerenza, trad. ital. di Donato Mazzeo e Carmelo Settembrino, ed. Volonnino, Lavello (Pz) 1994; F. LENORMANT, Metaponto, trad. ital. di Irene Settembrino, ed. Volonnino, Lavello (Pz) 1994.FRANÇOIS LENORMANT, Tra le genti di Lucania. Introduzione di Giovanni Battista Bronzini, ed. Osanna, Venosa 1999. G. SETTEMBRINO, Policoro. Gli anelli del bosco, fotografie di Ottavio Chiaradia, ed. Lega per l’Ambiente-WWF, tip. BMG Matera 1988. G. SETTEMBRINO,Archeologia e natura della costa ionica lucana. Il viaggio e l’evento, Appia 2 ed., Venosa 1996.
 
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http://www.treccani.it/enciclopedia/basilicata_%28Federiciana%29/ Torre mare è uno dei 29 castelli federiciani della basilicata